Un asse che marcia contro l’Occidente? No, una Cina che cerca di inserirsi nei vuoti lasciati dagli Usa
La parata di Pechino con cui la Cina ha celebrato gli 80 anni della fine della Seconda guerra mondiale e il suo contributo alla vittoria alleata contro l’Impero giapponese è stata salutata in Occidente come un simbolo della formazione di un nuovo asse intrinsecamente malevolo contro le democrazie liberali.
«Congiura contro l’Occidente» ha detto il presidente Usa Donald Trump, mentre l’Alta Rappresentante Ue per la Politica estera Kaja Kallas l’ha ritenuto un «monito» per tenere unito il mondo transatlantico. Certo, fa un certo effetto vedere Xi Jinping, Vladimir Putin e Kim Jong-un marciare assieme, per la prima volta, alla testa di un vasto corteo di leader dell’Eurasia e del Sud Globale: dall’Iran a Cuba, dall’Uzbekistan all’Egitto, sono molti gli Stati che hanno mandato delegazioni alla corte di Xi.
Tra di loro, anche la Slovacchia guidata dal premier Robert Fico, presente a Pechino.
Sarebbe però prematuro leggere come un asse granitico e solido quello che si sta plasmando. Xi Jinping ha inanellato indubbiamente una serie di positivi risultati diplomatici: prima, a luglio, al summit dei Brics il premier Li Qiang, presente in sua vece, ha incassato il via libera a un consolidamento dell’alleanza monetaria con i Paesi non occidentali.
A fine agosto, il vertice di Tianjin dell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai ha segnato il riavvicinamento diplomatico con l’India e mostrato la vitalità di un’organizzazione che rappresenta un quarto dell’umanità e appare centrale per la sicurezza dell’Eurasia.
Infine, a Pechino il rinnovato orgoglio nazionalista cinese è stato coronato attivamente dall’appoggio entusiasta di molti Paesi e dalla rivendicazione di un ruolo non solo celebrativo del Paese, che soffrì 8 anni di invasione giapponese (1937-1945) e oltre 20 milioni di morti, nella guerra mondiale. Il filo conduttore di questi fatti è legato allo sfruttamento cinese delle pieghe e degli spazi concessi a Pechino e ai suoi partner dalla ritirata americana dalla leadership o dal vuoto di potenza di Washington in molti settori.
Pechino è il culmine di un percorso in cui alla Repubblica Popolare Cinese è stato, di fronte a buona parte del mondo, regalato il ruolo di alfiere del libero commercio dalla politica aggressiva degli Usa sul piano commerciale, concesso uno spazio crescente al rivale di oltre Pacifico della superpotenza. Sanzionismo, uso geopolitico del dollaro e atti simili hanno ridimensionato il peso valutario del biglietto verde e spinto il contributo dei Brics alla de-globalizzazione. Da ultimo, l’unilateralismo americano ha colpito, tramite dazi e sanzioni, anche partner come l’India. Aprendo spazi a un sistema-mondo in movimento. In cui appare chiaro che gli Usa sono l’azionista di maggioranza, ma non più quello di controllo, dell’ordine globale.
Qualcosa che a Xi serve dimostrare per giocare le sue carte nel sistema di domani.