Cuba si sente nel mirino statunitense. Dopo il rovesciamento di Nicolas Maduro in Venezuela e il netto allineamento di Caracas e della neopresidente Delcy Rodriguez a Washington, il timore è che gli Usa vogliano spingere per il regime change a L’Avana.
Non c’è dubbio che l’amministrazione Usa di Donald Trump abbia profondamente messo nel mirino i residui regimi di stampo socialista in America Latina. Il Nicaragua di Daniel Ortega in America centrale è a sua volta indicato come possibile destinatario di operazioni di sovvertimento, ma chiaramente dopo quasi 70 anni dalla rivoluzione cubana di Fidel Castro e dopo decenni di embargo non c’è dubbio che L’Avana sia un bersaglio primario.
Per Trump l’obiettivo è spingere gradualmente Cuba al collasso. La via sembra essere già tracciata tramite il soffocamento delle rotte di fornitura energetiche all’Isla Bonita. Cuba ha bisogno di almeno 100mila barili di petrolio al giorno. Per decenni, il fabbisogno energetico era garantito dall’Unione Sovietica. Negli Anni Novanta il crollo dell’Urss costrinse Castro a un duro regime autarchico denominato “Periodo Speciale” che provocò un esodo di massa verso gli Usa.
Dal 1999, con la salita al potere di Hugo Chavez in Venezuela, Caracas fornì petrolio a basso prezzo a Cuba in cambio di assistenza medica e umanitaria. Con Maduro i rapporti sono rimasti eccellenti. Ora le comunità anti-castriste dei “Cubani di Miami”, come sono definite, hanno il loro uomo forte nel Segretario di Stato Marco Rubio, e immaginano il rovesciamento del regime del presidente Manuel Diaz-Canel. «Con l’amministrazione Trump che esercita il controllo sull’industria petrolifera venezuelana, Cuba riceve solo una piccola parte del petrolio di cui ha bisogno: una carenza che, avvertono gli esperti, rischia sempre più di innescare una crisi umanitaria senza precedenti nel Paese», nota il New York Times. Assediata da decenni, Cuba sembra essere alla prova più dura. E nel braccio di ferro tra il regime e Trump è la popolazione che rischia di subire danni pesanti.
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