Ha avuto molto l’aspetto del club ristretto di amici del presidente statunitense la riunione del Board of Peace, l’organo chiamato a gestire la pacificazione di Gaza e la ricostruzione della Palestina, guidata da Donald Trump il 19 febbraio scorso. Nel consesso dello United States Peace Institute (che da poco ha una seconda intitolazione: oltre a John Fitzgerald Kennedy, anche a Trump stesso) il comandante in capo ha arringato i leader presenti e da lui stesso invitati.
Sì, perché il Board of Peace è una strana organizzazione internazionale.
La sua presidenza non è affibbiata a un processo di rotazione o a una congrega ristretti di Stati, ma a un solo uomo: Trump. Il quale è nominato presidente con durata vitalizia (che ha già dichiarato di voler esercitare), potere di condizionamento sulla scelta dei membri e parimenti facoltà di esclusione. È successo con Mark Carney, premier canadese, a cui è stato revocato l’invito iniziale, potrebbe potenzialmente succedere anche con un futuro presidente Usa avverso a Trump.
Il parterre del Board of Peace è uno spaccato di tre categorie di leader: alleati personali di Trump; leader mediorientali in cerca di opportunità di business; politici che sperano nella ricomposizione del sistema globale per trarre vantaggio da questa fase. Nel primo novero rientrano, ad esempio, l’ungherese Viktor Orban e l’argentino Javier Milei. Nel secondo, i leader di Qatar, Bahrain, Arabia Saudita. Nell’ultimo, Recep Tayyip Erdogan, che da l’endorsement al Board of Peace essendo la Turchia tra i mediatori di Gaza e chiedendo in cambio le mani libere sulla Siria, ma anche Prabowo Subianto e Shehbaz Sharif, a capo rispettivamente di Indonesia e Pakistan. Tutti assieme per vedere cosa succederà, in un Board of Peace che sembra molto un Board of Business. E in cui chi aderisce rischia di giocare col fuoco se l’obiettivo iniziale della pace a Gaza non sarà rispettato.