L’India ha ospitato la settimana scorsa un grande summit sull’intelligenza artificiale teso a presentare Nuova Delhi come una potenza crescente sul piano dell’infrastruttura tecnologica, della manifattura di frontiera e degli algoritmi. Ospite d’onore, oltre al premier Narendra Modi, il presidente francese Emmanuel Macron. Ma ciò che ha colpito è che sostanzialmente la scena degli addetti ai lavori è stata riempita d’interesse dall’intervento dei giganti del tech. Il Ceo di Nvidia, Jensen Huang, i fondatori di Open AI e Anthropic, Sam Altman e Dario Amodei, e molti altri big del settore hanno attratto l’attenzione. Nel frattempo, negli USA dettano legge i tecno-oligarchi (copyright Pedro Sanchez) come Peter Thiel, che finanzia start-up al confine tra sicurezza nazionale e innovazione, Elon Musk, pronto a gettarsi nel settore dei robot umanoidi, e Larry Ellison, CEO di Oracle e sostanziale padrone degli algoritmi di buona parte delle infrastrutture digitali americane.
C’è chi parla di un nuovo feudalesimo digitale costituito da questi potentati, chi denuncia l’accumulazione enorme di ricchezza e potere resa palese dalla crescente ambizione di tali soggetti, chi denuncia la carenza d’azione dei governi di fronte a questi sistemi sempre più dominanti. La realtà è che viviamo in un’epoca di cambio di paradigma a tutto campo. Lo ricorda berne Giuliano Da Empoli nel suo recente saggio L’ora dei predatori: i magnati del tech si approcciano alla politica con istinto dominante. Il paragone è quello tra i Conquistadores spagnoli e i popoli precolombiani al momento della scoperta europea delle Americhe, con i tecno-oligarchi nel ruolo dei primi e i governanti paragonati a moderni Montezuma II incapaci di capire tanto la volontà di dominio quanto il paradigma culturale, politico e ideologico di soggetti apparentemente alieni alle loro realtà. La prima volta non finì bene per la parte debole, ricorda Da Empoli. Come agirà, questa volta la politica?