L’Iran è il “miglior nemico” della Turchia: un Paese storicamente rivale dell’attuale Repubblica anatolica e dell’Impero ottomano che l’ha preceduto, e che con la Persia degli Shah si è combattuto per secoli, ma che oggigiorno ad Ankara serve stabile e garante di una continuità territoriale, politica, diplomatica. La Turchia di Recep Tayyip Erdogan, non a caso, non ha fornito le basi all’alleato statunitense per l’attacco a Teheran e mantiene una postura di netta neutralità, condannando i raid di Washington e Tel Aviv e la risposta iraniana sui partner del Golfo. La Turchia sa che il collasso dell’Iran sarebbe il prologo del collasso del Medio Oriente e non intende lasciare spazio a un obiettivo perseguito, invece, dalla rivale Israele, con cui la rotta di collisione è ben accentuata.
Ankara, già da gennaio, ha palesato il suo sostegno alla stabilità iraniana. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan e l’omologo iraniano Abbas Araghchi, tra i più attivi diplomatici mediorientali, hanno costruito un dialogo franco che ha accelerato la fase di trattative con gli Usa, via Oman, poi troncate unilateralmente dagli Usa su iniziativa del presidente Donald Trump. Ankara si è offerta di mediare prima di passare la palla a Mascate e poi ha perorato la continuità dell’unità nazionale iraniana. La Turchia sta costruendo un’alleanza su più vettori, dalla storica partnership col Qatar al crescente sodalizio con Arabia Saudita, Egitto, Pakistan. Un crollo dell’Iran nel gorgo di un conflitto civile regionale provocherebbe danni ingenti alla proiezione turca e, al contempo, rischierebbe di aprire spazio ai gruppi separatisti curdi in Iran.
A inizio guerra si è parlato, in effetti, di possibili movimenti delle milizie curdo-iraniane verso la Repubblica Islamica partendo dai santuari nel Kurdistan iracheno. I governanti di Erbil, curdi ma vicini ad Erdogan, hanno però smentito questa ipotesi e rifiutato l’idea che i Peshmerga potessero diventare la fanteria anti-iraniana di Usa e Israele. Questo irriterebbe inutilmente la Turchia, aprirebbe un fronte di terra difficile da sostenere e rischierebbe di inghiottire in una spirale di violenza il Kurdistan, l’Iraq, la regione intera. Ad oggi questo sembra essere il piano di Benjamin Netanyahu, che da inizio guerra ha invitato le minoranze iraniane alla rivolta. La strategia di Erdogan passa per il fare della Turchia un potere frenante oggi, un pivot di diplomazia domani. Ma servirà molta lungimiranza politica per non cadere in fallo.