Pakistan e Afghanistan continuano a combattersi sui roventi confini montuosi del Pamir e dell’Hindu Kush, catene impervie che separano due Paesi con una vasta terra di nessuno tra la zona governata da Islamabad e quella dal 2021 tornata di pertinenza dell’Emirato Islamico dei Talebani, tornati al potere a Kabul proprio col sostegno del Pakistan. Da allora in avanti, il Pakistan ha pensato di plasmare a sua immagine e somiglianza i Talebani, ricevendo una cocente delusione. L’elemento nazionalista predomina su quello di matrice islamista negli Studenti Coranici tornati al potere e capaci di consolidarlo all’interno dell’Afghanistan tanto da apparire scomodi allo stesso Pakistan. La guerra scoppiata il 26 febbraio scorso, due giorni prima dell’assalto all’Iran, è la conclusione di 2 anni di scontri di frontiera, culminati in una breve campagna militare a ottobre, legati a diversi fattori.

Per il Pakistan, l’Afghanistan è una fonte d’insicurezza a causa della presenza sul suo territorio del gruppo Terek-e-Talib Pakistan (Ttp), volgarmente detto dei “Talebani pakistani” e che compie pesanti attentati sul suolo dell’ex colonia britannica. Inoltre, i legami crescenti tra Kabul e l’India preoccupano Islamabad, che ritiene l’Afghanistan “una colonia” di Nuova Delhi. Questa volta l’escalation del conflitto è stata drammatica, con bombardamenti di caccia pakistani sulle principali città afghane, scontri al confine e battaglie contro la presunta roccaforte afghana del Ttp. L’idea che il conflitto si possa saldare con la guerra in Iran, sulla scorta di rivendicazioni etniche, torsioni politiche e tensioni globali, preoccupa gli attori della regione. A 25 anni dall’11 settembre 2001 e dall’invasione Usa, l’Afghanistan resta un ricettacolo di tensione e violenza che non accenna a placarsi. Anche per effetto del contrappasso pakistano verso un gruppo, i Talebani, che Islamabad pensava di controllare a piacimento.