Attaccato da Stati Uniti e Israele mentre trattava un nuovo accordo sul nucleare, colpito al cuore delle sue istituzioni, decapitato nei suoi vertici, l’Iran da oltre una settimana non affonda nella guerra scatenata il 28 febbraio dal raid che ne ha eliminato la Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, assieme a molti alti papaveri del regime: Mohammad Pakpour, capo dei Guardiani della Rivoluzione (i famigerati Pasdaran), Ali Shamkhani, segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale, Aziz Nasirzadeh, ministro della Difesa, e Abdolrahim Mousavi, capo di Stato Maggiore, sono tutti morti il 28 febbraio nei raid israelo-americani che hanno inaugurato la guerra. Un attacco frontale che avrebbe, potenzialmente, messo in ginocchio molti altri Paesi. Eppure, per ora, la resistenza di Teheran appare ancora tenace e manifesta sul piano militare e su quello politico.

L’Iran ha esteso la sua reazione al Golfo Persico intero, per ampliare il perimetro d’impatto del conflitto e esaurire su più fronti le riserve antiaeree statunitensi; ha imposto il blocco dei traffici dallo Stretto di Hormuz per alzare i costi globali del conflitto; ha attivato le cellule di Hezbollah in Libano per deviare risorse israeliane; ha compattato il fronte interno sostituendo Khamenei col figlio Mojtaba, plasmando un’unione di potere civile, militare e anche religioso nel comune obiettivo della guerra ai mortali avversari; ha per ora mostrato l’inconsistenza delle alternative al regime proposte dall’Occidente, a partire dall’erede al deposto trono imperiale Reza Ciro Pahlavi, la cui base di consenso nella patria d’origine appare insufficiente a presentarlo come alternativa. Tutto questo va registrato attivamente come un risultato inatteso sulla carta ma non sorprendente per chi da anni studia la Repubblica Islamica.

Sebbene spesso presentata da una vulgata semplificatoria come una forza politica oscurantista, guidata dal fanatismo religioso, la struttura statuale iraniana è invece depositaria di uno spietato pragmatismo. Tale pragmatismo può portare in alcuni momenti, come successo nelle proteste di fine 2025 e inizio 2026, a massacrare migliaia di giovani protestanti e a cercare lo scontro frontale con l’Occidente e in altri, come accadde nel 2015, a firmare accordi impegnativi quali il patto sul nucleare concluso da Hassan Rouhani e Barack Obama, poi ripudiato da Donald Trump. Il filo conduttore è quello di un regime che ha un unico obiettivo: sopravvivere. E nella guerra sta dimostrando di aver atteso da tempo il colpo di Usa e Israele, tanto da aver attivato un meccanismo decentralizzato (la cosiddetta “difesa a mosaico”) di assorbimento degli attacchi, da aver pronta la successione alla catena di comando, da essere disposto immediatamente a regionalizzare un conflitto che Washington e Tel Aviv per ora intendono combattere solo con missili e aviazione. Il costo di questa strategia sarà pesante per l’intera popolazione iraniana, ma c’era da attendersi questo scenario. Probabilmente escluso, invece, dai calcoli di Benjamin Netanyahu e Donald Trump prima di scatenare la guerra.