Dopo 16 anni il premier che frena l’Ue rischia lo scacco alle elezioni.

Il 12 aprile 2026 sarà un giorno cruciale nella storia europea contemporanea. Il voto politico in Ungheria sarà l’elezione più importante dell’anno nel Vecchio Continente. Viktor Orban, primo ministro dal 2010, assieme a Fidesz, il suo partito conservatore e populista, dovrà difendere dopo 16 anni di potere e innumerevoli vittorie elettorali la sua eredità politica dall’assalto di Peter Magyar, leader del Partito del Rispetto e della Libertà (Tisza), il più considerevole avversario mai affrontato dal leader più longevo tra i Ventisette dal suo ritorno al potere dopo l’esperienza del 1999-2002.

Per Orban, infatti, la nemesi è stata rappresentata da un uomo schierato nettamente a destra, che ha rotto con Fidez e i cristiano-democratici alleati del Kdnp criticando l’ascesa della corruzione in Ungheria, che un report del Parlamento Europeo definisce guidata da un “regime ibrido di autocrazia elettorale” dal 2022. Magyar promette diversi distinguo rispetto al leader sovranista magiaro: una riduzione del tasso di scontro con l’Ue, un rientro dalla procedura d’infrazione sullo Stato di diritto, una più severa e strutturata politica di contrasto alla corruzione endemica nel panorama politico magiaro. Orban nel Consiglio Europeo del 19-20 aprile ha inoltre posto il veto su 90 miliardi di euro di assistenza all’Ucraina che avrebbero rappresentato una linea di salvaguardia vitale per Kiev, priva dell’assistenza finanziaria americana, e ha innalzato il livello dello scontro sul fronte delle forniture energetiche.

Sarà l’ultima volta che Orban potrà esercitare il suo pesante diritto di veto, spesso visto anche sul dossier migranti e su ogni forma di integrazione politica europea? Ancora presto per dirlo: i sondaggi sono contrastati, e vedono alternanza nel contenuto dei dati a seconda che i committenti siano o meno vicino all’uomo forte di Budapest. Questi ha ricevuto endorsement importanti, tra cui quelli di Vladimir Putin, Donald Trump, Javier Milei, Benjamin Netanyahu e Giorgia Meloni, ma combatte una battaglia di retroguardia dopo che negli ultimi anni il “tocco magico” del sistema di governo di Fidesz, oliato da profonde reti clientelari, si è scontrato con caro-vita, inflazione e critiche da parte della società civile, a Budapest e non solo. La sfida più grave, per Orban, è rappresentata dal fatto che chi gli si oppone ne conosce le capacità di gestione delle leve del potere. Pensando, a suo modo, nel medesimo modo. Una sfida inedita per un leader forte e controverso, dal cui passo dipende spesso quella dell’intera Europa.