Mark Carney schiera il Canada nella nuova alleanza delle “medie potenze” e spinge Ottawa a partecipare ai programmi del piano Safe per il riarmo europeo. Anthony Albanese firma con Bruxelles un accordo di libero scambio che porterà il Vecchio Continente a avere maggiore accesso alle terre rare e ai minerali critici dell’Australia e Canberra a muoversi per entrare nelle filiere del Vecchio Continente, dalla Difesa alla ricerca (Horizon Eu). Il Regno Unito guidato da Sir Keir Starmer cerca un reset nelle relazioni con Bruxelles, interpreta la difesa europea in ambito atlantico come nuova priorità, addirittura discute di condividere la sicurezza nucleare con la Francia in caso di disimpegno statunitense dal Vecchio Continente. Tutte e tre le nazioni sostengono l’Ucraina, nonostante i distinguo Usa, e tutte e tre non stanno partecipando alla guerra di Washington e di Israele contro l’Iran, nonostante la comune appartenenza all’alleanza di intelligence Five Eyes, la più strutturata al mondo, estesa anche alla Nuova Zelanda.
Verrebbe da chiedersi quanto sincera e genuina sia questa riscoperta dell’Europa da parte delle nazioni anglofone dopo decenni in cui la loro partnership sembrava incontrastata e diveniva, giocoforza, prioritaria per quanto concerne la sicurezza economica, la proiezione geopolitica, la diplomazia. Quelli che Winston Churchill definiva English-speaking people per antonomasia erano stati uniti proprio come l’ultimo alfiere dell’Impero Britannico avrebbe voluto dal 1945 in avanti, ovvero tramite una consonanza di visioni del mondo e ideali corroborata da interessi comuni sul piano commerciale, diplomatico, finanziario e un’unione osmotica delle élite. L’Europa deve chiedersi quanto genuina sia questa virata e quanto dipendente dalla stagione di Donald Trump e capire se siano queste le affinità da cercare o se non sia altrove che si debba guardare (Corea del Sud e Giappone, ad esempio) per partnership globali di più ampio respiro.