Papa Leone XIV è “debole” su politica estera e crimine. Addirittura, «ha detto che vuole vedere l’Iran con la bomba atomica» (non è vero). Parola di Donald Trump, presidente degli Stati Uniti. Il pontefice, poi, «non capisce la dottrina della guerra giusta» cristiana e cattolica, dice Mike Johnson, repubblicano come Trump, Speaker (presidente) della Camera Usa. Il quale cattolico non è, en passant. Chi è cattolico è il vicepresidente J.D. Vance, secondo cui Leone «dovrebbe stare molto attento a parlare di teologia». Vance era stato bacchettato da Papa Francesco per aver provato a utilizzare un’ardita interpretazione del principio «Ama il prossimo tuo come te stesso». Per l’ex cantore dell’America profonda, il prossimo era da intendere in senso geografico: prima i vicini, quindi cattolicesimo e esclusione dei migranti potevano andare di pari passo. Per il defunto e compianto pontefice, invece, non se ne parlava.
Papa Prevost ha seguito Bergoglio, ed ha ottenuto il fuoco di fila dei suoi connazionali. Il mondo Maga e i populisti pro-Trump riscoprono la dottrina cattolica della guerra giusta, tanto evocata in passato dalle Crociate alla battaglia di Lepanto del 1571 per ricordare che l’avversione al nemico esistenziale (in questo caso l’Iran) è “benedetta” da Dio. Il Catechismo della Chiesa dice una cosa diversa. Dopo la Pacem in Terris di Giovanni XXIII (1963) esiste una e una sola dottrina di “guerra giusta”: quella condotta contro l’aggressore per autodifesa. Tutto il resto è illecito. Tertium non datur. La guerra atomica, “frontiera dell’Apocalisse” come diceva Giorgio La Pira, ha spinto la Chiesa cattolica a rompere ogni ambiguità.
Per la Chiesa occorre, citiamo il Catechismo, che «il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo; che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci; che ci siano fondate condizioni di successo» per definire una guerra come “giusta”. Nessuna di queste circostanze appare rispettata per l’Iran. Cosa resta? Come dice Pietro Schivazzi, vaticanista di Limes, una nuova lotta tra “trono e altare”. Il potere politico americano, neo-impero, che si scontra con la Chiesa globale che mira a essere ecumenica. La logica della forza contro la logica della pace. Oggi più che mai la Chiesa del primo Papa statunitense è l’antemurale alla logica dello scontro generalizzato. E questo guasta i piani dell’impero a stelle e strisce. Che prova, come molti prima di lui, a sostituirsi all’altare per consolidare il trono. Nella speranza di far parlare a Dio l’inglese con accento americano, sperando di legittimare un’agenda di rottura dell’ordine internazionale che lo rende sempre più incerto.