Peter Magyar ha stravinto le elezioni politiche in Ungheria, ma l’Unione Europea non ha ancora potuto tirare un sospiro di sollievo dopo i 16 anni di governo di Viktor Orban. Emerge sempre più chiaramente che, nonostante la grande propensione al dialogo, i toni meno incendiari e l’adesione al Partito Popolare Europeo, il neo-premier e leader di Tisza, formazione nata solo due anni fa, non necessariamente strapperà su ogni dossier dal predecessore di cui era compagno di partito nella formazione nazionalista Fidesz fino a tempi non sospetti.
Magyar probabilmente sfrutterà la supermaggioranza conquistata per riformare la Costituzione, invertire alcune riforme illiberali del predecessore, tagliare i centri di spreco e corruzione e riportare la giustizia all’indipendenza dalla politica, così da sbloccare gli oltre 20 miliardi di euro di fondi di coesione negati al premier sovranista. Non è poco, e bisognerà capire se il sistema di potere orbaniano costruito negli anni glielo consentirà, e potrebbe essere un cambiamento netto per un’Ungheria destinata a diventare più affine all’Europa. Ma prima di pensare che a cadere sia stato un potere frenante per l’Ue tutta e che col voto del 12 aprile Bruxelles sia destinata a un futuro radioso urge ben più di un caveat.
Magyar è europeista ma, comprensibilmente, è prima di tutto ungherese. E ha battuto Orban innanzitutto perché capace di esser più credibile sul suo terreno di battaglia. E non è detto che ciò voglia dire apertura indiscriminata a Bruxelles. Migranti? Magyar li ha attaccati in campagna elettorale. Adesione dell’Ucraina? Pur sostenendola contro la Russia, il leader di Tisza non vuole l’ingresso di Kiev nell’Ue. Difesa comune? Andiamoci piano. Mentre gli alleati più stretti di Orban, Benjamin Netanyahu e Donald Trump, sono due dei primi leader che Magyar ha sentito dopo la vittoria. E non sono certamente, in questa fase, entusiasti dell’attuale piega dell’Ue. Vince un conservatore moderato e pragmatico, in un Paese dai forti afflati nazionalisti e in cui però traumi e aspettative sono legati al senso di vulnerabilità per la condizione geopolitica, al carovita, alla sicurezza sociale: problemi ineludibili su cui Orban ha cavalcato con fare da tribuno usandoli come clava in Europa ma che Magyar non sembra essere disposto a dribblare. E l’Ungheria sarà comunque un Paese da convincere ogniqualvolta tornerà in campo l’idea di un’Europa più forte e equa.