Per i teorici della geopolitica si chiama “Heartland”, il cuore del mondo, ed è quello spazio euroasiatico che include Asia Centrale (gli “Stan” postsovietici), Caucaso, Mar Caspio già conteso tra Inghilterra e Russia nel “Grande Gioco” Ottocentesco. Per la Turchia, Paese che si intende proiettare come ponte tra Europa e Asia, tra Oriente e Occidente, tra Usa, Cina, Russia e Levante, è uno spazio d’azione per far correre il “Corridoio di Mezzo”, un progetto di collegamenti infrastrutturali per trasporto di merci ed energia che Ankara rilancia nel pieno della crisi di Hormuz. La Turchia non ha spinto per la guerra in Iran e ha provato a sostenere la diplomazia e a puntellare politicamente un rivale strategico che, però, non vuole vedere affondare temendo il caos alle porte. Parimenti, da alleato americano e rivale di Israele, deve bilanciare diverse posizioni geopolitiche.

La risposta si è trovata con una mossa con cui Recep Tayyip Erdogan intende ammiccare a Washington, offrire progettualità economiche e geopolitiche e rilanciare la sua influenza: prendere sotto tutela l’espansione di varie infrastrutture energetiche, ferroviarie e autostradale dall’Azerbaijan al Kazakistan per mettere sotto tutela la connettività geologistica e non abbandonare alla Via della Seta cinese il progetto di sviluppo, consentendo a Washington di accedere più velocemente a mercati strategici per l’influenza regionale e l’approvvigionamento di materie prime.

Gli Usa otterrebbero inoltre un Iran più isolato, la Turchia indirettamente fornirebbe un’alternativa a Hormuz ma anche al progetto di Corridoio Indo-Mediterraneo (Imec) studiato da India, Emirati Arabi, Israele. Tel Aviv non si è fermata a guardare e a fine aprile il presidente Isaac Herzog è volato in Kazakistan (evitando accuratamente la Turchia) per provare a condizionare questa strategia. Attorno alla connettività si apre una partita intercontinentale: Terra contro Mare, rotte terrestri per fornire resilienza e coordinamento per non dipendere unicamente dai traffici oceanici. In mezzo, potenze con visioni globali si scontrano per egemonizzare contesti locali all’ombra delle grandi potenze. E la Turchia non vuole rimanere fuori dai giochi.