Malacca è una Hormuz con gli interessi potenzialmente. Lo ha fatto ben capire Purbaya Yudhi Sadewa, Ministro delle Finanze Indonesiano, che ha paventato l’idea che in futuro Giacarta possa copiare l’Iran e in caso di necessità imporre dazi per il transito attraverso la stretta e lunga via d’acqua che interconnette Oceano Indiano e Oceano Pacifico. “Non è geografia: è architettura del potere. Sono i due colli di bottiglia su cui scorre l’energia cinese”, ha scritto il 15 aprile l’analista Gianclaudio Torlizzi parlando di Hormuz e Malacca e dell’attenzione che vi danno gli Stati Uniti.
Pete Hegseth, capo del Pentagono, visita Giacarta e e poi il 22 aprile arriva la boutade di Sadewa, che parla di una prospettiva che riguarderebbe una via d’acqua dove passa l’80% del greggio importato dalla Cina, ma anche importante vie di traffico per Corea del Sud e Giappone, oltre che per diverse economie asiatiche.
Chiaramente, il ministro indonesiano parla tra il serio e il faceto. Allude e abbozza, ma lascia pensare che quello a cui a Giacarta pensano non è più solo un caso di studio, ma un’eventualità sistemica non più escluda dai decisori della quarta nazione più popolosa al mondo, importante Stato asiatico e membro del G20. Lungo, stretto e teso a divenire una vera e propria strozzatura, il canale di Malacca è un punto di strangolamento potenziale dei commerci, e l’Indonesia ne condivide la sovranità con Malesia e Singapore. Il caso di studio lascia presagire una futura fase storica in cui i diritti di transito diverranno elementi di una geografia fatta di nuovi confini, nuove barriere, nuovi vincoli, nuovi diaframmi geografici. E, ironia della sorte, un mondo senza confini digitali e connesso come mai lo è stato nella storia si trova a dover fare i conti con i nuovi gabellieri delle rotte marittime che, uniti al feudalesimo tecnologico delle piattaforme sovrane dei dati delle persone e delle corporazioni economiche, contirbuiscono a rendere sempre più “neo-medievale” questa fase della geopolitica globale.