Caduto un Orban se ne fa un altro? Questa domanda è sorta nelle menti di molti attenti osservatori dopo la roboante vittoria di Rumen Radev, leader di Bulgaria Progressista, alle elezioni parlamentari tenutesi nel Paese il 19 aprile scorso e che hanno visto l’ex presidente della repubblica superare il 44,5% dei consensi, abbastanza da permettere alla sua formazione di ottenere 131 seggi su 240 e poter formare un nuovo esecutivo.

Dimessosi a gennaio dalla carica di capo dello Stato, che a Sofia è puramente cerimoniale, Radev ha formato un nuovo partito di sinistra, nazionalista e euroscettico portando all’incasso un timore profondo dei bulgari per le conseguenze dell’instabilità geopolitica dei Balcani, per le polemiche seguite all’ingresso del Paese nell’euro nel 2026, per l’onda lunga della guerra in Ucraina. Il generale ed ex capo dell’aeronautica bulgara fu eletto come figura unitaria alla presidenza della repubblica nel 2017 e negli ultimi anni ha espresso posizioni molto critiche sulla Nato, sul sostegno a Kiev e sulla necessità di portare l’Ucraina in Europa.

La sua netta vittoria fa pensare in molte cancellerie all’ipotesi che l’Unione Europea possa trovarsi di fronte a un “nuovo Orban”, dopo che l’ex primo ministro magiaro è stato estromesso dal potere dopo 16 anni in seguito alla vittoria del popolare Peter Magyar al voto del 12 aprile. L’euroscetticismo di Orban, va detto, non è proprietà intellettuale esclusiva dei sovranisti magiari e condiziona diverse forze politiche a destra come a sinistra nell’Europa ex comunista delle “piccole patrie”. Vale per partiti come Fidesz, la formazione di destra nazionalista di Orban, o come quello di Radev, che incarna una sinistra autoproclamatasi patriottica e sovranista come la Socialdemocrazia slovacca di Robert Fico. I veti di Orban non diventeranno necessariamente quelli di Radev, ma l’Europa dovrà capire come gestire la pressante e complessa anomalia esteuropea a prescindere dal cambio della guardia a Budapest. Radev dovrà rispondere a timori e paturnie della popolazione di un Paese fragile e periferico, e non è detto che questo non lo porti in conflitto con Bruxelles. Capire come dare voce anche all’Europa orientale nella nuova architettura dell’Ue sarà vitale per evitare scontri.