Russia e Ucraina hanno ripreso a colpirsi duramente a distanza dopo la fine del cessate il fuoco di tre giorni del 9-11 maggio che il presidente Usa Donald Trump ha mediato mentre a Mosca si preparava la parata per il Giorno della Vittoria, simbolo del trionfo dell’Unione Sovietica sulla Germania nazista nel 1945.
Tre giorni di fronte inattivo nel quadro di una guerra che dura da oltre quattro anni sono stati però fugaci e nonostante questa breve finestra nessun negoziato serio e credibile ha preso piede per far finire un conflitto che sul piano materiale difficilmente riserverà, nei prossimi mesi, grandi sorprese: l’avanzata russa nel 2025 è stata pari a poche centinaia di chilometri quadrati, sul terreno la guerra è sempre più conflitto di logoramento delle riserve industriali, dal giorno 1 dei combattimenti i problemi annosi non sono stati risolti e Mosca continua ad avere problemi strutturali di logistica mentre Kiev, chiaramente, soffre i deficit in termini di massa critica e capitale umano.
Ormai la guerra è dominata dai droni, che causano circa l’80% delle vittime sul campo in un conflitto innovativo anche sul punto di vista dell’applicazione delle risorse e abbattono pressoché irrimediabilmente la capacità di manovra delle truppe sul terreno. Al contempo, i droni sono utilizzati come strumenti di martellamento a distanza: la Russia continua a colpire snodi infrastrutturali, centrali energetiche e città ucraina, Kiev risponde colpendo in profondità sul territorio del Paese invasore e mettendo nel mirino raffinerie, depositi di carburanti, porti per “sanzionare” manu militari la Federazione Russa.
Logoramento su logoramento in una guerra che in molti versanti ruota attorno all’energia: l’energia sanzionata dall’Unione Europea ieri e tornata a essere ventilata come opzione oggi nel quadro dei rapporti con la Russia; il gas naturale che oggi si compra ad alto prezzo Oltre Atlantico o in Qatar; il petrolio che Kiev fa tornare a passare dalla Russia all’Europa, nell’ora alleata Ungheria guidata da Peter Magyar, non dissimile dal predecessore Viktor Orban su questo, per ricevere in cambio assistenza economica e militare senza i veti di Budapest in Ue. In sostanza, la guerra ucraina è una guerra di stalli: lo stallo diplomatico, lo stallo sul campo, lo stallo energetico. Risolverla significherà smantellare uno di questi stalli per sbloccare gli altri. Quello militare non è realizzabile né auspicabile, visti i costi che comporterebbe. Restano diplomazia ed energia, che potrebbero andare di pari passo. L’Europa da settimane inizia a valutare l’ipotesi di parlare con Vladimir Putin. Potrebbe essere (anche) l’energia un campo su cui provare a cercare confronto?