La moneta non è solo un’unità di conto o di definizione del valore: quando a emetterla è una grande potenza globale, essa è anche una monade di potere (un token, per usare termini moderni) e una manifestazione, contabile e provata, dell’influenza di un Paese. Il dollaro americano, in tal senso, è da decenni l’esempio più riuscito di connubio di moneta e impero, per citare il titolo di un saggio importante di Marcello De Cecco, attuale oggi più che mai. Il mondo, quando pensa al denaro, pensa immaginando i biglietti verdi, all’emblema del dollaro, a unità di conto che sono e rimangono quelle americane. Questa non è una fattispecie neutrale: è un’architettura di potere. E non finisce qui. Il dollaro è la moneta in cui avvengono l’88% degli scambi sul sistema finanziario mondiale e il 55-58% dei pagamenti internazionali registrati dal sistema d’interscambio Swift. Inoltre, è l’unità di conto in cui si quota Wall Street, che pesa per il 40% del capitale delle borse mondiali in solitaria, e in cui sono prezzati i titoli delle principali materie prime. Ecuador, El Salvador, Panama, Zimbabwe, Timor Est, Palau e molte isole caraibiche hanno di fatto rinunciato alla loro valuta per passare a un sistema dollarizzato o ancorato al biglietto verde. Ma dietro ogni manifestazione di forza c’è anche una serie di sfide e problematiche, che emergono in fasi di complessità strategica come queste.
I primi mesi del 2026 sono stati accompagnati dal timore per il debasement, il deprezzamento del dollaro, sull’onda lunga della campagna tariffaria dell’amministrazione di Donald Trump. Lo shock della guerra in Iran, la tempesta energetica che ha colpito l’Europa e il clima di incertezza sui mercati hanno però prodotto la corsa a diversi beni-rifugio, e la moneta Usa è tra queste. Resta la realtà dei fatti: il 2025 ha mostrato la vulnerabilità della moneta americana agli shock sistemici, ai dazi e all’alto indebitamento. L’aumento del debito, la spinta del governo Usa sui dazi per provare a contenerlo, la tensione sui mercati hanno prodotto un deprezzamento della valuta prima che si manifestasse un’inversione di tendenza trainato dalla relativa salute macroeconomica di Washington e dalla tenuta della Borsa trainata dal boom dell’IA. Ma il fatto che a fine 2025 per molti investitori le azioni Nvidia o Alphabet sembravano porti più sicuri dove ormeggiare i propri risparmi rispetto agli asset pubblici Usa legati al dollaro è stato molto indicativo. Parimenti, su scala globale fioriscono le alternative per cercare una via d’uscita al meccanismo dominante del biglietto verde: la Cina spinge per l’utilizzo dello yuan come valuta di riserva mentre anche i Paesi Brics si stanno attrezzando. Ciò che viene contestato agli Usa è la trasformazione del dollaro in una punta di lancia della sovranità Usa. Sostanzialmente, Dipartimento del Tesoro, della Giustizia e di Stato si riservano di inseguire e perseguire chiunque adoperi il dollaro in quanto potenzialmente lesivo della sovranità statunitense. Le sanzioni imposte contro Russia, Iran, Cuba, Corea del Nord e, in passato, Siria miravano proprio a evitare l’accesso al dollaro da parte di queste nazioni; le “sanzioni secondarie” fanno lo stesso con chi commercia con le compagnie di quei Paesi in “black list”; l’Office for Foreign Asset Control (Ofac) del Tesoro Usa utilizza la leva delle sanzioni personali a individui e società per spingerli di fatto fuori dal sistema internazionale: i casi della relatrice Onu Francesca Albanese e dei giudici della Corte Penale Internazionale colpiti da Trump parlano proprio di tali dinamiche. Il sistema-dollaro, dunque, è un’architettura solida ma che sta conoscendo diverse sfide. I prossimi mesi faranno capire quanto le potenze rivali degli Usa intenderanno convivere con una cappa di dominazione sempre più consolidata o cercare alternative.
Osservatorio Internazionale #60 – Sommario