La Cina non sarà il Paese che terminerà l’era di Re Dollaro. Ed è legittimo chiedersi se Pechino, che ha prosperato in quasi quattro decenni di globalizzazione commerciando col biglietto verde fino a diventare la più grande potenza industriale e commerciale del mondo e della storia umana (1.200 miliardi di dollari di surplus nel 2025!), abbia davvero il desiderio di sobbarcarsi la sfida e l’onere di creare strumenti alternativi alla divisa americana. Certo, la “dedollarizzazione” è un discorso affascinante e interessante. Permette di acquisire consensi nel Sud Globale, spesso critico dell’interventismo economico yankee (yanqui, direbbero Fidel Castro e Hugo Chavez), di presentarsi come alternativa a una supposta superclasse predatoria dell’Occidente, di spingere l’interesse nazionale e commerciale della Repubblica Popolare con uno sguardo benevole e emancipatore.
E, se da un lato è indubbio che Xi Jinping e il suo governo intendano internazionalizzare pesantemente la valuta, dall’altro i vincoli per rendere lo yuan-remnibi un’alternativa al dollaro sono notevoli. In primo luogo, l’enorme domanda interna di capitali da parte dell’economia cinese, il cui capitalismo trainato dallo Stato e dal dirigismo strategico richiede cospicue risorse e crediti bancari e pubblici, che impongono un governo della moneta funzionale agli obiettivi interni. In secondo luogo, la conseguente opacità cinese sui tassi di cambio, che sembrano seguire più cicli politici interni che ragioni di mercato. Terzo, il dollaro con tutti i suoi limiti e gli Usa con tutti i loro problemi sono comunque, almeno per ora, garantiti dalla certezza del diritto e dell’esistenza di possibilità legali di difesa da possibili arbitri esterni o decisioni controverse. La Cina ha notevolmente aumentato la sua trasparenza negli ultimi anni, ma resta un Paese guidato da un regime autoritario che spesso in economia e finanza persegue fini propri.
«I mercati finanziari cinesi non dispongono né di liquidità né di quella che gli esperti finanziari definiscono profondità di mercato, necessaria per il ruolo di riserva globale», nota National Interest, aggiungendo che «il commercio e la finanza globali richiedono che le persone detengano depositi e attività nella valuta di riserva, cercano anche una varietà di strumenti finanziari tra cui scegliere, alcuni a breve termine, ad esempio, altri a lungo termine e altri ancora che offrono derivati che consentono di coprirsi dalla volatilità», che lo yuan non riesce ancora a garantire nella dimensione adatta.
La Cina dovrà subire i diktat del biglietto verde per sempre? Non è detto. Sistemi finanziari legati alle “Nuove Vie della Seta” come l’Asian Develpment Bank o la Banca di Ricostruzione e Investimento usano ampiamente gli scambi in yuan, e la Cina intende usare la propria valuta per pagare le proprie bollette energetiche con Paesi del Golfo e Russia. Ispi notava già nel 2023 che «mentre il dollaro conserva il suo primato come asset di riserva nei circuiti finanziari del blocco occidentale, lo yuan si sta candidando a diventare il mezzo di scambio privilegiato per i Paesi asiatici (e in parte per i non-allineati), soprattutto sui mercati delle risorse energetiche e più in generale delle materie prime». Non è poco. Ma nemmeno una rivoluzione copernicana. La Cina sa che la vera partita si combatte sul tema della corsa ai primati tecnologici ed economici e che in questo senso la valuta è per Pechino una derivata prima di una sfida più ampia. La Cina ha prosperato con la globalizzazione, e la globalizzazione si è espressa in dollari: pragmaticamente, a Pechino ragionano in un’ottica di efficienza. Questo mostra ancora di più l’ampiezza della prateria che ha davanti a sé l’euro su questo dossier.
Osservatorio Internazionale #60 – Sommario
- Il potere e le fragilità di Re Dollaro
- Il collo di bottiglia dei sistemi di pagamento nella partita valutaria globale
- La partita valutaria globale è una sfida che l’Euro deve giocare
- Non sarà lo yuan cinese a far finire l’egemonia del dollaro