Il finale di 2026 sarà complesso per l’Unione Europea dato che si accavalleranno diversi eventi e summit su sfide chiave per il futuro della sua competitività e del suo sviluppo. Gli scenari inizieranno a farsi chiari a partire dal 15 e 16 ottobre, quando si riunirà il Consiglio Europeo. La massima autorità dell’UE dovrà trovare una quadra iniziale sul bilancio pluriennale 2028-2034 e capire in che misura aprire alla prospettiva di un serrato negoziato tra l’ambiziosa proposta von der Leyen per circa 2mila miliardi di euro di spesa e la spinta di Germania, Olanda e alleati per un netto taglio unito a un riorientamento in direzione competitività dei fondi.
Come già scritto, poi, resta il tema dei finanziamenti con fonti esterne, come nuove imposte, che resta sul tavolo. Ma il dossier che potrebbe tornare è la partita dei costi energetici, cruciale anche per l’Italia. Il governo di Roma, unitamente a quelli di Belgio e Germania, ha presieduto, nella giornata del 6 ottobre, una videoconferenza estesa a 16 membri dell’Ue per chiedere risposte comunitarie alla crisi energetica accelerata dal blocco di Hormuz. Un problema rafforzato dalla cronica dipendenza europea dalle fonti importate che rende il Vecchio Continente price-taker e non sovrano in molte filiere.
Norvegia, Stati Uniti, Australia: sono questi tre Paesi i fornitori principali di determinati asset energetici all’Unione Europea. Oslo è prima, stando ai dati del secondo trimestre del 2026, nella fornitura di gas naturale via tubo e domina con la maggioranza assoluta delle forniture, mentre sull’onda lunga della crisi di Hormuz, Washington è divenuta, col 61% del totale, sempre più centrale. Lo dicono i dati della Commissione Ue, nel quadro delle forniture di gas naturale liquefatto a seguito della crisi degli arrivi dal Golfo dovuta alla chiusura dello Stretto di Hormuz.
Inoltre, gli Stati Uniti hanno acquisito un primo posto nelle forniture di petrolio e derivati, davanti al Kazakistan e alla stessa Norvegia, mentre Canberra è in testa nelle forniture di carbone: 36,5% dell’import contro il 29% americano. L’analisi sistemica di Palazzo Berlaymont su dati Eurostat segnala che il 2026 ha impattato sull’UE soprattutto per il boom dei costi nell’acquisto di prodotti petroliferi e che, dal 2023, ultimo anno della maxi-crisi energetica da Ucraina, non si registravano spese tanto alte. In valore, il 16,5% delle importazioni europee è da riferire a prodotti energetici (anche qui record dal 2023). Per l’Unione Europea, la partita resta estremamente complessa e Bruxelles intende, assieme agli Stati, tenere la capacità di abbattere questa bolletta estremamente onerosa, la spinta a ridimensionare i vincoli di dipendenza dall’estero e la volontà di trovare un ruolo nel sistema energetico globale. Nel prossimo summit Onu sul clima COP31 di Antalya (Turchia), l’UE potrebbe presentarsi leader della tecnologia verde per la transizione green e mettere il connubio tra sviluppo e lotta ai cambiamenti climatici al centro di un’agenda di proiezione e influenza nella leadership per lo sviluppo sostenibile. In tal senso, però, le sfide non mancano e, in particolare, il think tank Bruegel scrive che anche la sfida delle rinnovabili resta complessa. E ciò anche perché «l’Unione Europea sta gradualmente perdendo competitività nelle catene del valore verdi, il che implica una minore capacità di generare crescita economica da questi settori».
In tal senso, i criteri “Made In EU” saranno centrali in futuro per la filiera di molti settori nel quadro dell’Industrial Accelerator Act, norma che mira a consolidare il peso dell’industria e della manifattura Ue, specie quella a basso impatto inquinante, in comparti strategici su scala continentale. Nel 2035 si vuole portare l’industria, via IAA e riforme complementari, a valere almeno un quinto del Pil europeo, anche attraverso la definizione di clausole di preferenza europee. In tal senso, l’IAA appare uno strumento ambizioso, ma che andrà pesato alla prova di un mondo in ricomposizione anche sul piano economico e su cui la presidenza di turno irlandese dell’Ue vuole trovare la quadra entro fine anno.
In campo dell’Europarlamento ci si divide, invece, tra il fermo sostegno socialista e l’emersione delle critiche in campo popolare. Sorge il rischio di una manovra che presti il fianco a misure di risposta delle economie potenzialmente escluse da alcune filiere a causa della clausola “europeista”.
Sarà un terzo fronte caldo, dopo l’energia e il bilancio, in vista di un finale d’anno che schiuderà un 2027 non meno sull’ottovolante, tra voti nazionali primari e la scelta del prossimo vertice della Bce che terrà banco tra i Ventisette.