Nell’era degli algoritmi e delle campagne social, Luis Inacio Lula da Silva, 81 anni, tre mandati da capo dello Stato alle spalle, vince le presidenziali brasiliane e stabilisce un primato diventando il primo candidato a ribaltare al ballottaggio il risultato del primo turno con una rimonta ritenuta inattesa fino a pochi giorni fa contro Flavio Bolsonaro. Il leader socialdemocratico del Partito dei Lavoratori, che nel 2022 aveva vinto contro Jair Bolsonaro, presidente uscente e padre dell’avversario sconfitto, ha conquistato il 51,8% dei voti contro il 48,2% di Flavio Bolsonaro, senatore e leader del Partito Liberale di espressione conservatrice e nazionalista. Quest’ultimo ha dichiarato di non accettare il risultato ed ha denunciato la richiesta di proroga dell’apertura delle urne arrivata nel giorno del voto al Tribunale Supremo Federale (posticipata dalle 17 alle 19 la chiusura dei seggi), come un favore a Lula. Ciò nonostante richieste di questo tipo siano arrivate in aree diverse del Paese e con motivazioni diverse da entrambi i candidati, come nota la Folha de Sao Paulo.

Si è trattato di una campagna elettorale decisiva per diversi motivi. Lula era l’ultimo importante leader di sinistra in America Latina e guidava il Paese più rilevante delle Americhe dopo gli Stati Uniti. E ciò mentre nel Sud del Nuovo Mondo l’ultimo anno aveva visto emergere, parallelamente, l’interventismo statunitense, l’ascesa di leader di destra conservatrice vicini al presidente Usa Donald Trump, il tramonto del modello autonomo di politica della regione. Inoltre, Bolsonaro ha visto l’appoggio esplicito di figure come Javier Milei, presidente argentino, e un ampio campo ha scommesso politicamente contro l’anziano ex sindacalista, già capo dello Stato dal 2003 al 2011 prima del ritorno al potere nel 2023. Le divisioni aperte in America Latina dovranno essere ricucite e sarà curioso vedere come Lula si comporterà al primo appuntamento globale dopo la sua rielezione, l’imminente G20 di Miami.

Infine, è stata una rivincita della politica tradizionale su una più liquida: l’analista italiano Emanuel Pietrobon ricorda che è «la prima volta nella storia mondiale che un candidato mediatico, oliato da algoritmi e lobby, perde contro un avversario all’antica (comizi e zero meme)» e va sottolineato che a risultare decisivi sono stati i dibattiti televisivi, dove Lula ha, in due occasioni, vinto nettamente contro Bolsonaro junior, incappato in diversi scivoloni. Di rilievo, quello che l’ha portato a usare l’epiteto offensivo che i rivali di Lula sfruttano contro il presidente di “nove dita” (a cui Lula ha risposto ricordando la perdita di un dito mentre giovanissimo lavorava come metalmeccanico e presentando l’avversario come un borghese lontano dalla realtà della società brasiliana), oppure la volontà di seguire un’agenda economica paragonabile a quella ultraliberista di Milei. La mossa politica dell’approvazione della riduzione della settimana lavorativa da 44 a 40 ore, avvenuta il 15 ottobre tra i due turni, ha inoltre costretto il Partito Liberale a votare col Partito dei Lavoratori al Senato consentendo a Lula di riprendere il controllo dell’agenda. In un Paese diviso, 64 milioni di persone hanno spinto per riconfermare il presidente, 59 milioni hanno votato Bolsonaro. Lula resta in sella, ma il Brasile resta da ricucire. E dall’economia alla sicurezza, passando per il ruolo di Brasilia nel mondo, le sfide non mancheranno.

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