Martedì 27 ottobre chiama martedì 3 novembre: i due appuntamenti del voto in Israele per il rinnovo della Knesset, il Parlamento di Gerusalemme, e delle elezioni di metà mandato statunitensi, che porteranno all’elezione dei 435 membri della Camera dei Rappresentanti e al rinnovo di un terzo del Senato, sono sfide parallele per Benjamin Netanyahu e Donald Trump, leader alla prova della verità elettorale. E se Bibi si gioca il futuro politico e la risposta ai crescenti guai giudiziari che lo condizionano, The Donald vede in ballo il destino del suo secondo mandato e la libertà d’azione della sua presidenza verticistica e unilaterale. Parimenti, il futuro dell’azione di Usa e Israele nell’agone globale dipenderà anche dalle conseguenze del voto.

Per Trump, la partita è politica e strategica per il suo Partito Repubblicano d’indirizzo del futuro. Negli Usa, per il Partito Democratico è una sfida sulla ragion d’essere che la formazione dell’asinello vuole avere nei prossimi anni e per capire la capacità di costruire un’alternativa di governo. In Israele, invece, un’alternativa si sta già edificando, con un’opposizione che va dal centro-destra alla sinistra contrario alla torsione nazionalista del premier conservatore.
Trump ha sostenuto con decisione e esplicitamente Netanyahu in vista del voto israeliano dopo che, per settimane, i rapporti personali tra i due erano sembrati raffreddarsi. L’endorsement potrebbe essere dovuto alla convinzione che il premier più longevo della storia d’Israele potrebbe rappresentare una certezza di continuità nell’allineamento con gli Usa rispetto all’avversario Gadi Eisenkot.
Quest’ultimo appare, infatti, meno desideroso di fare dell’Israel Defense Force uno strumento di costante pressione sugli avversari e intende riaprire Israele a una comunità internazionale che l’attuale governo con a capo il Likud sta costantemente provvedendo a trascurare e da cui Washington ha decisamente strappato. La scelta potrebbe essere tra la volontà di un governo tradizionalmente filo-americano e uno filo-trumpista come sarebbe un settimo esecutivo Netanyahu spinto dall’endorsement di Trump.

Trump non corre rischi immediati alla sua posizione di potere, ma, in caso di sconfitta alle elezioni di metà mandato, il suo Partito Repubblicano rischia di cedere il controllo di una o due camere del Congresso ai democratici e di dover subire una forte opposizione su molti dossier: condotta militare e economica, interventismo all’estero, unilateralismo su dazi, sanzioni e via dicendo, uso dell’ICE al di fuori delle sue tradizionali prerogative, ristabilimento della pena di morte federale, misure di contrasto all’immigrazione. Parimenti, una sconfitta repubblicana alle Camere aprirebbe uno scenario interno al Grand Old Party tale da far emergere una possibile divergenza politica tra le sue anime in vista del 2028, anno delle prossime presidenziali. E molto potrebbe avere a che fare anche con l’interiorizzazione della maggiore eredità del Trump 2.0, la scelta di scendere in guerra contro l’Iran proprio al fianco di Israele che ha stravolto l’ordine geopolitico, i mercati energetici e l’economia globale. Finendo per presentare il conto agli stessi cittadini Usa sotto forma di crescente inflazione, aumenti dei prezzi energetici e più debito. La guerra iniziata il 28 febbraio unisce i destini incrociati di Bibi e The Donald, chiamati a una cruciale battaglia politica proprio mentre l’incertezza globale accelera e i voti nei due Stati alleati appaiono, mai come oggi, convergenti.

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