La Turchia, l’Arabia Saudita e l’Egitto creano un asse ancora informale, ma sempre più solido che politicamente sta, sostanzialmente, dando scacco al re esterno del Medio Oriente, gli Stati Uniti. Chiamati, oggi più che mai, a dover scegliere tra due tendenze: continuare con l’appoggio diretto, incondizionato e saldo a Israele sulle dinamiche regionali o ascoltare le voci di alleati eterogenei tra di loro, ma che sono riusciti, consolidandosi, a rompere il divide et impera statunitense e a presentarsi con una voce sola a Washington. Il Cairo, col presidente Abdel Fattah al-Sisi, è il grande mediatore della pace di Gaza e a ottobre a Sharm-el-Sheikh ha ospitato la cerimonia della firma della tregua mediata da Donald Trump; la Turchia di Recep Tayyip Erdogan ha spinto per lo stop all’intervento americano contro l’Iran e senza colpo ferire si è presa la Siria nel 2024, l’ha blindata sostenendo Ahamad al-Sharaa nel 2025 e, a inizio 2026, ha compiuto la mossa dello smantellamento dell’autonomia dei Curdi filoamericani, che Washington ha potuto solo sottoscrivere. L’Arabia Saudita ha mandato un messaggio dirompente, stroncando il secessionismo dello Yemen sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti e battendo cassa a Washington con nuovi accordi militari.

Al-Sisi, Erdogan e il principe saudita Mohammad bin Salman sono accomunati dalla visione del mondo: leader ambiziosi, a tratto spietati, con diverse raffinatezze. Al-Sisi è l’erede di Hosni Mubarak, un rais castrense nato nell’esperienza laica e autoritaria dell’esercito egiziano; Erdogan uno scaltro politico che ha fuso islamismo, nazionalismo turco e reminiscenze della leadership ottomana; Mbs un moderno Cesare Borgia, figura machiavellica capace al tempo stesso di ordinare delitti efferati come quello del giornalista Jamal Kashoggi e di pensare al suo Paese come a una terra di transizione energetica, intelligenza artificiale, sviluppo infrastrutturale. Tutti e tre sono accomunati dalla volontà di far pesare il loro ruolo agli occhi degli Usa e di non voler veder emergere un Medio Oriente guidato da Israele e da Benjamin Netanyahu. Questo asse ha dato “scacco” alla strategia americana di usare Tel Aviv per controllare la regione. Ad oggi, l’alleanza tra i tre autocrati tiene paradossalmente ferme le mire statunitensi su Teheran e garantisce il Board of Peace per Gaza. Per una strana eterogenesi dei fini, è il più solido fattore di stabilità che la regione mantenga.

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