La Libia è sempre più un fornitore energetico strategico per l’Italia, sul versante del gas e del petrolio. In particolare, in tempi di crisi energetica globale per il blocco di Hormuz e lo shock di offerta mondiale, è bene sottolineare che, sul fronte del greggio, Roma può contare attivamente su diversificazioni chiare come quella garantita da Tripoli, tornata nel 2025 primo fornitore di greggio del nostro Paese. Coprendo oltre il 24% del totale importato dal nostro Paese, la Libia è un polmone energetico chiave e, assieme a Kazakistan e Azerbaijan, consente una profonda diversificazione rispetto al Golfo. E ciò rende per l’Italia i prezzi il principale problema piuttosto che la disponibilità materiale di petrolio. Il che non vuol dire che la crisi energetica debba essere sottovalutata, ma anche che Roma può guardarla con pragmatismo, sapendo che la scarsità materiale può, almeno per ora, essere evitata.

Del resto, il settore energetico di Italia e Libia è connesso, e col senno di poi possiamo dire che fu fallace l’idea franco-britannica del 2011: usare il rovesciamento di Muammar Gheddafi per subentrare a Roma nel petrolio libico. Eni ha continuato a produrre anche negli anni della guerra civile esplosa dopo la morte del Colonnello e anche oggi nel petrolio libico gioca un ruolo centrale, incentivato di recente: Eni ha annunciato di aver scoperto a marzo 2026 nuovi importanti giacimenti di gas (oltre 28 miliardi di metri cubi) a Bahr Essalam ed è il primo produttore estero di petrolio in Libia, Paese che oggi, con 1,3-1,4 milioni di barili al giorno, sottoproduce rispetto al potenziale di 1,8-2. Incentivarne la crescita sarebbe fondamentale per dare stabilità a un Paese ancora diviso. E rafforzare il legame bilaterale tra Roma e la sua ex colonia, da cui passa una fetta della nostra sicurezza energetica.