All’ombra della rivalità geopolitica tra le grandi potenze, si discute sempre di più di battaglia globale per l’egemonia valutaria. Il recente incontro tra Donald Trump e Xi Jinping a Pechino ha mostrato l’esistenza di ambizioni duopoliste e di guida dell’ordine globale all’ombra, peraltro, di una competizione che oltre a essere tecnologica e geopolitica passa anche per i sistemi di pagamento.

Washington usa il dollaro come leva geopolitica: insegue sistemi-Paese (Cuba e Iran), aziende (si ricordi il caso Huawei), perfino singole persone (come Francesca Albanese) provando a escluderle a colpi di sanzioni dai circuiti internazionali se ritiene violino determinate prerogative strategiche e geopolitiche della superpotenza. In quest’ottica, il fatto dirimente è spesso molto chiaro: il Dipartimento di Stato e il Dipartimento della Giustizia si riservano di colpire quei soggetti politici o economici ritenuti ostili partendo dal presupposto che l’uso del dollaro per le transazioni internazionali renda queste transazioni giocoforza soggette alla sovranità e alle decisioni statunitensi.

Parimenti, il controllo americano dei circuiti di pagamento emerge come un ulteriore elemento di controllo per escludere alcune figure dall’accesso a servizi basilari tramite sanzioni individuali. Si parla spesso di sfida della de-dollarizzazione perché i Paesi Brics, guidati dalla Cina, sembrano aver intrapreso, perlomeno sull’asse Pechino-Mosca, la strada del disaccoppiamento dal biglietto verde come strumento di pagamento quale strumento decisivo per provare a aumentare la propria sovranità economica. La Cina “vende” spesso lo yuan-remnibi come alternativa sicura e praticabile al dollaro e si presenta soprattutto nel Sud Globale come emancipatrice dalle dinamiche vessatorie di Washington. Ma anche qui Pechino racconta solo una mezza verità: controlla e governa il proprio cambio a suo piacimento, è torbida nella gestione delle relazioni tra la sua valuta e i propri sistemi di pagamento, non impone veri controlli di mercato. Questo, potenzialmente, apre la strada all’Europa. Andiamo con ordine.

Il dollaro gestisce il 46-47% dei pagamenti globali, l’euro la metà, la Cina solo il 3-5%. Quasi tutte le transazioni al mondo, però, hanno un corrispettivo in dollari. Gli scambi di valute totali vedono il dollaro coprire, al 31 dicembre 2025, poco meno del 90% degli scambi Forex, tre volte l’euro e dieci volte lo yuan (ogni scambio riguarda due monete, quindi il totale va oltre il 100%). In sostanza: anche dove si vuole de-dollarizzare dall’interscambio col biglietto verde bisogna passare e lo yuan non ha ancora la fama di valuta abbastanza affidabile.

L’euro ha l’occasione di fare passi avanti se Bruxelles saprà incunearsi tra la crescente sfiducia globale verso gli Usa dell’era Trump e il vantaggio relativo che mantiene sulla Cina: l’Ue, nonostante minori volumi economico-industriali e minore crescita, è tuttora ritenuta dagli interlocutori globali una controparte più resistente, affidabile e virtuosa in materia di interscambi dei pagamenti. In sostanza, dell’Europa magari non si avrà timore ma si ha fiducia. E la fiducia è moneta che vale oro nell’economia mondiale, il cui capitale (vedi gli Usa odierni) è facile da dissipare ma difficile da accumulare. Se l’Europa riuscisse a innestare la forza che l’euro, nel silenzio, mantiene di fronte ai Paesi terzi con una capacità di pagamento e scambio risorse che innervi sulla valuta comune la propensione all’export e la fame di materie prime del blocco, il peso geopolitico dei Ventisette salirebbe. Questo impone di giocare tanto sul versante della valuta quanto su quello del sistema di pagamento (e qui torna in campo l’Euro Digitale spesso discusso e che l’Ue potrebbe promuovere con credibilità). Nella consapevolezza che è con hardware e software che si deve fare una macchina innovativa e efficace. E il Vecchio Continente ha potenzialmente a disposizione entrambi.