Si parla molto di percorsi verso la “dedollarizzazione” del sistema finanziario internazionale, ma dopo la fine della Seconda guerra mondiale c’è stata solo una, vera fase di riduzione significativa del peso della valuta Usa nel contesto dei pagamenti su scala globale. Quella fase è iniziata l’1 gennaio 2002 e continua tuttora, su molti punti di vista, con…l’euro! Si, perché nonostante spesso se ne sia cantato il declino o presentata come imminente la fine (e non c’è dubbio che nello scorso decennio la tenuta valutaria europea sia stata messa a dura prova) la valuta comune a quasi tutti i membri dell’Unione Europea resta una potenza monetaria globale.

L’euro assomma tuttora il 20-22% dei pagamenti condotti col sistema Swift, secondo solo al dollaro, e distanzia la sterlina britannica (6-7% secondo le stime), lo yen giapponese (4-5%) e lo yuan cinese, che non arriva ancora al 3%. I Paesi che utilizzano l’euro pesano per il 32% del totale delle quote dei Diritti Speciali di Prelievo (Sdr) del Fondo Monetario Internazionale, secondi solo agli Usa col 42%. Inoltre, vedono garantita da un surplus di 150 miliardi di euro l’anno in beni materiali con l’area esterna alla loro valuta la sicurezza e il potere d’acquisto della loro divisa, il che consente alla Banca Centrale Europea di agire ordinatamente per tutelare occupazione e controllo dell’inflazione e alle istituzioni del Vecchio Continente di emettere prodotti denominati in euro ad alta sicurezza e con rating pregiato. Il tutto in un contesto di certezza del diritto e rule of law che non è scontato ritrovare in altre legislazioni. L’Euro ha dunque una grande potenza inespressa e ce l’ha perché l’Europa si presenta come un sistema organico e funzionante.

Nella quota di riserve valutarie delle banche centrali, l’euro è cresciuto leggermente nell’ultimo decennio, dal 19 a poco più del 20%, mentre però gli Usa scendevano dal 65 al 57%. Segno che l’ascesa del Sud Globale, la scelta di vendere asset stranieri e di sostituirlo con altri beni (valute locali o oro) da parte dei Paesi più distanti dall’Occidente non ha coinvolto l’Europa nella misura in cui ha invece riguardato gli Usa. Segno, questo, di una affidabilità maggiore di cui l’Ue è deputata in termini di leva geopolitico-finanziaria rispetto al ruolo, spesso intrusivo, del biglietto verde. La storia recente ne è testimone. E appare sempre più forte la consapevolezza che forse l’Europa perse un’occasione nel dare una “dritta” geopolitica all’euro quando esso emerse a pieno regime nel 2002.

Un esempio tra tutti? La volontà dell’Iraq di Saddam Hussein, nel momento in cu entrò in vigore come unità di conto (1999), di usare l’euro come valuta di riferimento per l’export petrolifero di Baghdad soffocato dalle sanzioni Usa, prima dell’invasione statunitense. Il Rais iracheno non fu certamente un esempio di moralità e rettitudine politica (tutt’altro), ma nella fase che lo condusse al rovesciamento da parte americana, stretto tra pressioni esterne e istinto di sopravvivenza, intuì le potenzialità della valuta europea come alternativa per gli scambi del suo Paese. Alla vigilia dell’invasione statunitense dell’Iraq il Global Policy Forum analizzò l’importanza della vendita di petrolio iracheno in euro: «Gli Stati Uniti detenevano il monopolio del commercio petrolifero, con il dollaro statunitense come valuta di riferimento, ma l’Iraq si è ribellato nel 1999, iniziando a commerciare petrolio in euro, la valuta dell’UE, e ne ha tratto profitto». Il Gpc preconizzò la possibilità di “uno scontro diretto tra Stati Uniti ed Europa per la leadership economica mondiale”. Così, evidentemente, non fu. Ma il peso geopolitico della valuta è qualcosa che si può costruire su fondamenti concreti. Fondamenti che all’Europa non mancano. Per non essere vassalli, servono lungimiranza e struttura politica. La base concreta, di per sé, esiste per fare, finalmente, grande l’euro.

Osservatorio Internazionale #60 – Sommario

  1. Il potere e le fragilità di Re Dollaro
  2. Il collo di bottiglia dei sistemi di pagamento nella partita valutaria globale
  3. La partita valutaria globale è una sfida che l’Euro deve giocare
  4. Non sarà lo yuan cinese a far finire l’egemonia del dollaro