L’accordo sulla fornitura di diesel russo agli Usa che il presidente americano Donald Trump e l’omologo Vladimir Putin hanno negoziato ha colpito con l’effetto di uno shock l’Unione Europea e l’Ucraina, ma non va sopravvalutato politicamente.

Gli Stati Uniti ammiccano alla Russia e Trump prova a aprire a una mossa capace di abbassare i prezzi dei carburanti, vera croce per un’amministrazione colpita dall’inflazione in vista delle Midterm, per sbloccare un dialogo incagliato da tempo. Ma le distanze restano. «Un viaggio in petroliera dalla Russia alla costa atlantica americana può richiedere diverse settimane, considerando le fasi di carico, transito, scarico e accordi commerciali», nota lo Lviv Herald, sottolineando che «non si può dare per scontato che i primi carichi promessi raggiungano immediatamente i consumatori americani solo perché i due presidenti hanno concordato che debbano essere forniti».

Difficile che i carichi arrivino prima del voto di Midterm. E che l’iniziativa possa essere una mossa senza conseguenze dirette sul piano diplomatico è possibile. Trump ha annunciato un «cessate il fuoco energetico» parlando della fine dei raid ucraini sulle raffinerie russe e di quelli russi sulle infrastrutture di rete del Paese invaso, ma Putin lo ha presto smentito rifiutando anche la proposta di Volodymyr Zelensky di 60 giorni di tregua.

A Mosca interessa palesare la possibilità di avere spazio di dialogo e di mettere all’angolo i nemici ucraini, usando l’amo del dialogo con Washington per ottenere vantaggi tattici. Trump, sotto traccia, desidererebbe essere il presidente capace di fare all’inverso ciò che riuscì a Richard Nixon mezzo secolo fa: portare la Russia a staccarsi dalla Cina e entrare in dialogo strutturale con l’Occidente.

Uno scenario che può evocare immagini di distensione da primi Anni Duemila, quando un vento nuovo soffiava tra i rapporti tra il mondo atlantico e Mosca. Oggi, gli spazi per qualcosa del genere sono assai compressi. In primo luogo, c’è un tema di rapporti di forza: Washington pressa usando la leva sanzionatoria da un lato e le aperture politiche dall’altro. E ancora, per gli Usa il rapporto con Mosca è strategico, ma non la questione primaria, per Mosca, invece, rappresenta l’architrave del proprio posto nel mondo. La Russia sarebbe interessata a un grande accordo, a una distensione passante per Ucraina, revoca delle sanzioni, ridimensionamento della conflittualità, ma, ad oggi, sente di avere meno potere contrattuale. E veniamo al secondo punto: la Russia non si fida degli Usa e, soprattutto, per il Cremlino Trump e la sua amministrazione sono ritenuti strutturalmente inaffidabili e strategicamente rivali. Nonostante a parole Trump spesso ammicchi al leader russo, le sue due amministrazioni hanno ampliato la postura antirussa. Hanno, infatti, aggiunto al confronto geopolitico, attacchi ad alleati storici del Cremlino (come Venezuela e Iran) e una strategia economica che, consolidando quanto avviato nell’era Biden, ha portato gli States a muoversi per sottrarre quote dei mercati del gas europeo, fonte sostanziale di entrate per la Russia. In questa direzione, il GNL a stelle e strisce ha sostituito in molti casi il gas via tubo abbandonato dal Vecchio Continente dopo l’invasione dell’Ucraina.

Infine, rispetto a primi Anni Duemila, manca la base della volontà di un dialogo russo-europeo e questo per il consolidarsi di anni di distanze e rifiuto pressoché assoluto di ogni forma di confronto da ambo le parti. La Russia ambisce a un patto di potere con Washington, ma intende farlo da una posizione di maggiore forza che ad oggi non si vede. Washington snobba l’Europa nel dialogo col Cremlino, ma ignora che un asse transatlantico aiuterebbe a definire una linea comune d’azione. Bruxelles sostiene l’Ucraina, ma non sembra avere un’idea definita del futuro ingaggio con Mosca. Nel frattempo l’incertezza continua e anche la diplomazia naviga a vista senza chiarezza su scenari strategici chiari e definiti.

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