L’Europa scende in piazza e, tra rivendicazioni e violenze, si palesano le problematiche sociali ed economiche di un continente che vive una fase di grande precarietà di fronte alle tensioni globali e in cui alti costi energetici, carovita, incertezze sul futuro e questioni sistemiche fanno discutere istituzioni e corpi sociali.

Paradigma di tutto questo è la Francia dove convivono più problematiche. La prima è la crisi fiscale di uno Stato che ha visto il suo debito pubblico moltiplicarsi dal Covid-19 in avanti, seguita dal sell-off dei bond di Parigi da parte dei mercati (il 21 ottobre il decennale ha superato il 5% di rendimento per la prima volta dal 2002, il Financial Times ricorda che era al 3,2% a febbraio). E ancora la cuspide istituzionale più alta incarnata dal presidente Emmanuel Macron che trova difficoltà a garantire unità in un sistema diviso tra il centro-destra liberale presidenziale, la sinistra guidata dall’ala radicale di Jean-Luc Mélenchon e la destra nazionalista del Rassemblement National. Si tratta così di governi di minoranza chiamati a gestire pesanti tagli alla spesa pubblica con inviti al realismo che mal si conciliavano con la percepita rottura del patto sociale, l’imminenza delle elezioni presidenziali del 2027 che segneranno la fine del complesso decennio macroniano.

Non hanno riscontro le parole dette da leader come il presidente Usa Donald Trump che vedrebbero l’immigrazione alla base delle proteste emerse in Francia e negli altri Paesi europei. Le ragioni sembrano d’ordine economico-sociale. Le proteste sorte a settembre dai licei francesi per la percepita disuguaglianza del modello scolastico e contro l’austerità sono state il terreno di coltura per una mobilitazione nazionale che ha prodotto il divampare, parallelamente, del fuoco della rivolta. Una rivolta che ha preso forme violente in diversi casi e ha visto l’estrema sinistra scendere in piazza e Mélenchon proclamare la «ripresa della Bastiglia» mentre la «macronia», la classe dirigente liberale emersa all’ombra del capo dell’Eliseo, si trova tra l’incudine della piazza e il martello del Rassemblement National. Il tutto con Marine Le Pen che ha smesso l’abito della tribuna populista per vestire quello di aspirante presidente, da favorita dei sondaggi qual è per il voto primaverile, arrivando addirittura a proporre un piano di tagli alla spesa pubblica e contenimento del debito orientato a parlare a una percepita “maggioranza silenziosa” della popolazione che si ritiene possa spingere la destra verso l’Eliseo.

La Francia del resto fu il Paese che nel maggio 1968 mostrò con le piazze in rivolta il calore delle rivendicazioni di un’Europa giovane e dinamica, ma anche quella che, poche settimane dopo, premiò il generale De Gaulle e elesse il parlamento più conservatore del post-Seconda guerra mondiale. E Parigi è emblematica del dualismo tra piazza e urne che si avrà nei prossimi mesi in Europa. Voterà la Spagna, dove le piazze contro il caro-affitti hanno preso piede nell’ultimo mese, mostrando un dualismo generazionale e nel 2027 voterà anche l’Italia, caratterizzata da movimenti di piazza, occupazioni liceali e dalla protesta del Sud contro carovita e inflazione. Come reagiranno i governi mentre al contempo infuria in Europa la battaglia sul bilancio europeo e le future risorse comuni e dal Nord soffiano venti di nuovo rigore per le finanze pubbliche comuni, mentre caro-energia, inflazione e problematiche economiche dalle cause profonde legate alla fragilità geopolitica del continente di fronte ai conflitti in Ucraina e nel Golfo erodono i margini di spesa dei governi e le prospettive di vita dei cittadini? Sarà questo uno dei grandi temi in un autunno caldo che sembra aprire una fase di grande evoluzione, con la Francia laboratorio ma non caso isolato.

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