C’è una parte d’Europa dove una rivendicazione di piazza trainata dai giovani si è trasformata in svolta elettorale. Si tratta della Serbia, Paese dove, due anni fa a Novi Sad, sono iniziate ampie proteste in seguito al crollo di una pensilina della stazione che ha provocato diversi morti. Ne è, infatti, derivata un’enorme polemica sulla gestione di appalti pubblici e potere da parte del governo dell’ex presidente Aleksander Vucic, leader del Partito Progressista Serbo (Sns) dominus della politica nazionale negli ultimi 15 anni dove ha detenuto i gangli del potere, con Vucic premier per tre anni e poi presidente dal 2017 al 2026.
Il tentativo dell’ex presidente, dimessosi a settembre, di rimanere al comando era stato la convocazione di elezioni anticipate. Obiettivo che si è infranto contro la vittoria della Lista degli Studenti, movimento trasversale nato proprio dall’onda lunga delle manifestazioni emerse dagli atenei, animate da una grande volontà di cambiamento e condensatosi, infine, in un progetto comune. I movimenti studenteschi non sono diventati essi stesso un partito, ma hanno formato un apparato che ha nominato volti di primo piano dell’accademia, della cultura e della società civile serba come esponenti e candidato 250 figure di primo piano con una visione del mondo eterogenea (molti i liberali e i progressisti, non pochi gli attivisti e gli ambientalisti, ma non mancano figure più conservatrici e che godono della simpatia di settori del clero ortodosso) unite da una triplice volontà. In primo luogo, porre fine a un sistema centrato su Vucic e ritenuto causa di un arretramento autoritario della democrazia serba; in secondo luogo, chiedere una svolta sulla lotta alla corruzione ritenuta dilagante nelle istituzioni; infine, fornire un’alternativa di sistema alla lunga egemonia di un partito che stava arrivando a fondersi con le istituzioni e a plasmare la loro agenda in materia di economia, governance interna, politica internazionale.
Sicuramente meno propensa a strizzare l’occhio ai movimenti nazionalisti dei populisti che hanno governato la Serbia negli ultimi 15 anni e potenzialmente più adatta a cercare un accomodamento per capire come conformare il diritto interno serbo agli standard europei, la nuova forza d’opposizione prossima a divenire di governo (che schiera diverse figure note dell’establishment serbo, tra cui qualche nome noto in Italia come l’ex campione di basket Dejan Bodiroga) ha addosso l’attenzione dell’Unione Europea, che propone rinnovati contatti sperando, in prospettiva, di poter rinverdire le speranze di adesione di Belgrado. L’European Council on Foreign Relations ha ricordato che Bruxelles potrebbe «sostenere le riforme istituzionali, ricostruire i meccanismi democratici di controllo ed equilibrio e offrire alla Serbia un percorso europeo credibile, senza dare per scontato che un cambiamento elettorale si traduca automaticamente in sostegno all’integrazione europea».
Quest’ultimo è il punto decisivo: il libro della Serbia post-Vucic è tutto da scrivere e bisogna ricordare quel pesante dualismo tra storia e memoria che attraversa la politica nazionale e balcanica. I nazionalisti più radicali, ivi compresi quelli della Bosnia serba, hanno duramente accusato la Lista degli Studenti e, prima del voto, il New York Times ricordava come Vucic cavalcasse profondamente l’identità come tema politico distintivo. Katarina Stanković, vicecapolista della Lista degli Studenti, ha di recente espresso la posizione sulla delicata questione del generale Ratko Mladic, condannato per crimini di guerra, ma celebrato con enfasi nel Paese alla sua morte, analizzata da Politika. Un’analisi che ha mostrato accettazione del diritto internazionale, ma rifiuto di qualsiasi colpa collettiva sul popolo serbo, unitamente a una ridefinizione delle priorità nazionali così da provare a far prevalere la politica concreta dell’attualità sul revanscismo nazionalista.
Segno di un equilibrismo che ogni futuro governo dovrà tenere conto e che è paritetico a quello che la Lista degli Studenti dovrà tenere su molti dossier, ivi compresi quelli di politica estera dove Vucic si è sempre tenuto equidistante e bilanciato. Se sul fronte interno molte rotture saranno possibili col recente passato, e forse qualcuna potenzialmente auspicabile per la vita democratica serba, a livello globale l’agenda del futuro governo è ancora tutta da scrivere. E non può essere prevista anticipatamente senza capire prospettive e vincoli del nuovo esecutivo.
Fonti
- https://apnews.com/article/serbia-roof-collapse-china-protests-3cfa282938b1ddec12c4795b9ecb3e95
- https://www.bbc.com/news/articles/cw5yn3xlprpmo
- https://n1info.rs/vesti/studenti-koji-zele-da-tuze-zbog-narusavanja-ugleda-vucica-studenti-20-prete-krivicnim-prijavama/
- https://ecfr.eu/article/between-vucic-and-the-future-five-post-election-scenarios-for-serbia/
- https://www.politika.rs/sr/clanak/795187/studentska-lista-porucila-da-se-presude-o-tzv-genocidu-u-srebrenici-moraju-prihvatiti
- https://vreme.com/en/vesti/studentska-lista-izbori-srpska-napredna-stranka-nasilje-izborna-kampanja/