Può essere apparso estremo, financo inspiegabile, a molti osservatori occidentali il fatto che dopo la sua morte il generale Ratko Mladic abbia ricevuto in Serbia una commemorazione che è parsa sentita e con forte partecipazione popolare. Già comandante delle truppe della Repubblica Srpska di Bosnia durante l’efferata guerra dei Balcani e condannato per crimini di guerra e contro l’umanità è stato peraltro onorato con funerali di ampio respiro officiati a Belgrado di fronte a migliaia di persone. Niente esequie di Stato per il “macellaio di Srebrenica”, ritenuto il principale fautore del massacro avvenuto nel 1995 nell’omonima località bosniaca e macchiatosi di gravi crimini nell’assedio di Sarajevo, ma una manifestazione che ha seguito un cordoglio espresso, dal campo nazionalista alle curve degli stadi, in diverse forme. Il Patriarca Porfirije di Serbia, nel celebrare le esequie, ha ricordato che “il suo nome rimarrà profondamente impresso nella memoria e nelle preghiere della maggior parte del nostro popolo”, ricordando anche che però la sua è stata “una vita inseparabile da un’epoca terribile, da una guerra orribile, da grandi sofferenze, ferite profonde e traumi, da case perdute, vite spezzate e tombe”, come ha riportato l’Orthodox Times citando le sue parole.

Estremo e inspiegabile, dicevamo, forse perfino respingente assistere a questi tributi? Comprensibile pensarlo, ma la complessità del mondo va capita e decodificata. E nel caso della Serbia e dei funerali di Mladic il tema fondamentale è quello del perdurante confronto tra storia e memoria che ancora domina nelle società balcaniche.

Diceva Winston Churchill che i Balcani “producono più storia di quanta ne sappiano digerire”. Parole che ben si applicano al contesto presente. Nel corso di una generazione, poi, la storia crea un fiume enorme di memorie e di ricordi, individuali e collettivi, che partecipano alla lettura che le persone danno degli eventi e della loro successione, ben prima che arrivino studiosi e accademici a unire, con la loro penna, gli accadimenti in cornici più complesse. E se la storia non si discute (Mladic è stato un militare macchiatosi di crimini efferati), è bene ricordare che in piazza a ricordarlo e ad acclamare la sua figura di fronte alla bara avvolta nella bandiera serba e della Repubblica Srpska di Bosnia c’era, soprattutto, chi la storia l’ha letta con la lente della memoria. Una memoria che richiama a una guerra inclemente, brutale e senza esclusione di colpi e in cui, nota IntelliNews, “la tensione tra il quadro giuridico internazionale e il senso di vittimismo dei serbi per il modo in cui sono stati trattati dai media e dalle istituzioni internazionali rimane un elemento centrale nella memoria del passato bellico del paese”. E ancora “molti serbi rivivono le guerre attraverso gli occhi di una popolazione sconfitta, la cui versione dei fatti è stata in gran parte scritta dai vincitori e dalle istituzioni internazionali sulle quali avevano poca influenza”.

La morte di Mladic e le sue conseguenze hanno danneggiato anche il dialogo tra la Serbia e l’Unione Europea. Quest’ultima ha, infatti, stigmatizzato l’omaggio concesso al generale morto da criminale condannato a L’Aja. Ma proprio questa tensione va nella direzione di consolidare l’inevitabile dualismo tra storia e memoria in cui il ricordo di quanto successo negli Anni Novanta è ancora molto fresco e, con esso, la catena di odii, rivalità e violenze, una miriade di traumi individuali e un trauma collettivo. Agli occhi di molti serbi, si è sommato tanto il ricordo della guerra di Bosnia quanto quello successivo del conflitto kosovaro e dei bombardamenti Nato del 1999. In un Paese in crisi politica, poi, il nazionalismo è un’ulteriore valvola di sfogo il cui peso non è da non sottovalutare. Il caso-Mladic è sia un monito sulla complessità dell’Europa orientale di oggi, alle porte di casa nostra, ma spesso così sfuggente e indecifrabile, sia un richiamo alla necessità di costruire, fin dall’inizio, un’armonia tra memoria e storia di fronte ai grandi eventi. Pena il rischio di assistere a dissonanze interpretative profonde degli stessi fenomeni.

Osservatorio Internazionale #64 – Gli articoli

  1. I funerali di Mladic e il confine tra storia e memoria
  2. Spagna, Europa, Ceuta: tutti contro tutti sull’immigrazione
  3. Islanda, l’occasione persa del dialogo con l’Ue
  4. Congo, gli occhi del mondo sulla miniera d’Africa