Risulta paradossale commentare a freddo il referendum islandese sulla ripresa del dialogo per l’adesione all’Unione Europea, bocciato dai cittadini dell’isola nordica, membro della Nato fin dalla sua fondazione e profondamente integrato col blocco. Reykjavik, parte dello spazio economico europeo, ha bocciato la proposta del suo esecutivo non di aderire all’Ue, ma di riprendere il confronto con Bruxelles per la potenziale corsa all’ingresso dell’Islanda.
La motivazione principale, ricorda Politico.eu, è la pesca, asset che i cittadini islandesi ritengono necessario tenere come prerogativa sovrana. Risulta però quantomeno curioso analizzare il fatto che per i cittadini islandesi non tanto l’ingresso in sé, quanto l’idea stessa di riprendere i negoziati d’adesione sospesi da oltre un decennio dopo l’avvio nel 2009 fosse risultata sgradita. In un contesto segnato da un Occidente in via di ristrutturazione e da un Atlantico sempre più ampio, dalle mire Usa sulla Groenlandia, visitata di recente da Ursula von der Leyen per mostrare la bandiera Ue, per l’isola già possedimento danese il futuro strategico parla dell’importanza di un dialogo serrato coi partner storici. I dati dell’Ue indicano che Reykjavik ha nel blocco un partner imprescindibile, che copre i due terzi dell’export e il 45% dell’import. Ora che l’Ue elabora una strategia per il Nord, la piccola (demograficamente) Islanda avrebbe avuto tutte le potenzialità per negoziare con un peso strategicamente maggiore. Per chi ha risposto “No” al referendum, nota la Friederich Naumann Foundation, “l’adesione all’UE avrebbe portato l’Islanda nella Politica comune della pesca e potenzialmente esposto le sue acque, le sue compagnie di pesca e il suo sistema di quote alle norme e alla concorrenza europee”. Ma con la vittoria del Sì non si sarebbe prodotta un’adesione automatica, ma solo una nuova trattativa capace di far pesare il peso strategico dell’Islanda.
Forse sarebbe valso la pena guardare le carte? High North News ha ospitato un’analisi di Shay Gal che merita di essere analizzata. Per Gal è da sottolineare che sul quadro dell’allargamento, “l’Islanda rappresentava il caso più semplice dal punto di vista geopolitico per l’Europa: ricca, democratica, alleata, già all’interno del mercato unico e dell’area Schengen” e che con i negoziati d’adesione “Reykjavík avrebbe potuto acquisire maggiore potere di voto all’interno di un sistema che già applica. Bruxelles avrebbe dovuto condividere il potere decisionale all’interno di un perimetro che già comprende l’Islanda. Il vantaggio istituzionale sarebbe stato maggiore per Reykjavík”, dato che si sarebbe potuto capire in che misura l’Europa sarebbe stata disposta a spingersi verso l’Islanda pur di avere finalmente l’isola nel suo perimetro e mandare un messaggio estremamente forte sul piano politico e narrativo.
In tal senso, la politica internazionale vive di opportunità, capacità d’azione e proiezione e i processi elettorali la influenzano nel momento in cui essa si incontra con prospettive consolidate all’interno di singoli Stati o si confronta con timori e problematiche percepite della popolazione. L’ipotesi del dialogo europeo non è stata allettante per la maggior parte dei cittadini islandesi. Ma forse in futuro il bisogno di un coordinamento maggiore potrebbe tornare a farsi sentire. E visti i grandi cambiamenti europei che si preparano, l’Islanda dovrebbe ben ponderare le opportunità insite nel poter schierare la sua rappresentanza, votante, in Parlamento Ue, i suoi funzionari negli apparati burocratici, un commissario nella squadra di Palazzo Berlaymont. Non è detto a prescindere che i costi finirebbero per superare i benefici.
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