Lo spin-off libanese della guerra nel Golfo ha dato adito a una critica evoluzione del contesto geostrategico fino alla firma del recente memorandum di pace tra Israele e Libano all’ombra del cessate il fuoco tra Usa e Iran. Strane guerre e strana pace: Israele ha fatto la guerra all’Iran ma non ha trattato con esso per la fine delle ostilità, salvo allinearsi alle scelte americane. L’Iran non ha combattuto in Libano ma ha preteso che la pace nel Paese dei Cedri, e la fine dei raid contro gli alleati di Hezbollah, fossero inseriti nella tregua con gli Usa, che a loro volta il Libano non l’avevano bombardato mai. Washington ha ospitato negoziati tra autorità libanesi ritenute legittime dal riconoscimento internazionale ma prive di strumenti di hard power e diplomatici israeliani desiderosi di fare della proiezione dello Stato Ebraico oltre confine un risultato strategico da rivendicare strutturalmente.
Il risultato? Dopo 5mila morti in due mesi, in Libano una vera pace non c’è. Israele occupa il Sud del Paese. I miliziani sciiti di Hezbollah sono in una condizione di allerta contro possibili crepe in una tregua con Tel Aviv che tutti pensano essere la pausa tra due combattimenti e non la fine della guerra. L’Iran preme sul Partito di Dio perché agisca come suo “agente” nel Paese dei Cedri, mentre le autorità di Beirut e le componenti cristiano-maronite e sunnite della società cui fanno riferimento appaiono in difficoltà. L’eredità della guerra rischia di aumentare l’entropia settaria di un Paese dove per decenni la convivenza è stata la regola aurea e che oggi è senza istituzioni funzionanti, a meno di dover assistere a una pesante opera di sostegno internazionale, senza prospettive geopolitiche e senza unità interna. Iran e Israele sono mortali nemici, ma sono accomunati dal ritenere il Libano uno strumento. Per Teheran, serve a spostare, tramite Hezbollah, verso il Mediterraneo il suo contenimento contro lo Stato Ebraico. Per Israele è un territorio ove avanzare per creare cuscinetti securitari e cercare successi facili dopo le crisi nella gestione della guerra con Teheran.
I due cessate il fuoco, tra Iran e Libano, sembrano in contraddizione. Modern Diplomacy parla chiaramente del caso di Beirut: “Il principale punto debole dell’accordo risiede nel subordinare il ritiro israeliano al disarmo di Hezbollah. Sebbene tale clausola tenga conto delle priorità di sicurezza di Israele, trascura le realtà politiche interne al Libano, dove Hezbollah rimane il più potente attore armato non statale del Paese”, e il suo legame con Teheran. Hezbollah non può disarmare finché Israele resta, Israele non si può ritirare finché le milizie sciite mantengono le armi. La sfida israelo-iraniana si riflette sotto forma di braccio di ferro in un Paese-martire e sempre più oggetto, e sempre meno soggetto, di grandi giochi divisi altrove. Mentre tra realpolitik e conflitti la quotidianità di quella che era la Svizzera del Medio Oriente è sempre più precaria, soprattutto per le pesanti ingerenze esterne.
Sommario – OI #62
- L’Europa multa Google, ma la vera partita è altrove
- Vucic si dimette, Serbia al bivio
- L’Africa, le Afriche
- Israele e Iran complici del caos libanese