Aleksandr Vucic si dimetterà. Dopo nove anni, il presidente serbo lascerà il potere in anticipo rispetto alla scadenza del mandato prevista per metà 2027, sull’onda lunga delle proteste scoppiate a inizio 2025 per il crollo di una pensilina ferroviaria a Novi Sad, in cui morirono 16 persone, che ha scoperchiato il vaso di Pandora dell’inefficienza amministrativa e della presunta corruzione nel Paese. Vucic, premier dal 2014 al 2017 prima di diventare presidente, è un leader che ha attraversato molte epoche: Ministro della Propaganda di Slobodan Milosevic negli Anni Novanta, ha sicuramente i tempi della comunicazione politica nel sangue e ha provato a fare un passo indietro ora per preservare le fortune elettorali del suo Partito Progressista Serbo (SNS), la formazione populista che guida, tuttora dato al primo posto nei sondaggi.
Vucic lascerà un vuoto di potere notevole, da protagonista di lungo corso della politica nazionale. Il Paese con lui alla guida ha ottenuto un posizionamento peculiare negli scenari internazionali. Amico di Russia e Cina, ma in solidi rapporti economici con l’UE, aperto al dialogo economico anche con l’Italia e la Germania, ammiccante ai Ventisette per l’associazione dei Balcani occidentali al blocco, non rivale degli Usa, Vucic ha stabilizzato un sistema-Paese caotico facendo di Belgrado una capitale opportunista e dinamica. La Serbia ha cavalcato la tigre delle relazioni internazionali facendo affari e sviluppandosi, ma sul fronte interno la gestione del potere è stata molto controversa. Spesso anche i rapporti coi vicini sono stati turbolenti, e in tal senso andrà capito in che misura un’opposizione guidata dagli studenti in piazza saprà riorganizzarsi attorno ai partiti per le future elezioni per capire come dare un potenziale cambio di passo al Paese senza sacrificare la governabilità. Il governo di Vucic, accusato anche di una torsione demagogica in diversi frangenti, ha sicuramente avuto molti limiti e pecche, ivi compresa la gestione di un anno e mezzo di proteste a lungo non colte nella loro ampiezza.
Ha però avuto l’indubbio pregio di essere uno stabilizzatore, e nonostante varie crisi il presidente non ha mai alzato eccessivamente la tensione col vicino Kosovo o cercato manovre elusive a favore dei Serbi di Bosnia. La cui leadership si sta molto muovendo ultimamente. La Serbia è tornata contendibile. E sarà una pedina ghiotta per chiunque vorrà aumentare l’influenza nei Balcani dopo anni di azione da perno di un presidente in uscita.
Sommario – OI #62
- L’Europa multa Google, ma la vera partita è altrove
- Vucic si dimette, Serbia al bivio
- L’Africa, le Afriche
- Israele e Iran complici del caos libanese