«Non dite a Trump che è il Regno di Danimarca ad aver vinto»: ironico ed iconico il titolo con cui Berlingske ha commentato l’accordo concluso il 18 settembre e formalizzato ai margini dell’Assemblea Generale dell’Onu dagli Usa e da Copenaghen sul futuro della Groenlandia, territorio controllato dalla Danimarca e su cui da tempo si era manifestato l’interesse dell’agenda espansionista del presidente americano. Sul fronte opposto, Katie Miller, moglie del consigliere della Casa Bianca Stephen Miller e sostenitrice dell’idea dell’annessione di Nuuk agli Usa, ha pubblicato su X una mappa della Groenlandia colorata con la bandiera a stelle e strisce e la scritta «It’s happening!» (“Sta accadendo”) a corredo dopo la conclusione dell’accordo. Ma la commentatrice e podcaster pro-Trump ha forse interpretato in maniera eccessivamente enfatica l’esito della trattativa tra Washington e lo storico alleato europeo.

A conti fatti, sarà aggiornato il vecchio protocollo di sicurezza del 1951 che rafforzava quel presidio di sicurezza americano sulla Groenlandia avviato negli anni Quaranta. Allora, assieme all’Islanda, l’isola più grande del mondo fu occupata prima dell’ingresso di Washington nella Seconda guerra mondiale, in seguito all’occupazione tedesca della Danimarca per evitare che il Reich germanico potesse dotarsi di uno spazio di manovra fino ai confini del continente americano, cui geograficamente Nuuk appartiene. In sostanza, l’accordo tra Trump e il governo di Mette Frederiksen inserisce nuovamente la Groenlandia nei teatri di riferimento della protezione militare Usa, aprendo la strada a un maggior dispiegamento verso Nord delle forze a stelle e strisce dopo il ritiro di molti assetti seguito al termine della Guerra Fredda.

L’America ottiene, nero su bianco, ciò che era già scontato, e cioè che mai la Groenlandia sarebbe stata pertinenza dei suoi avversari strategici e, in cambio, mette da parte ogni disegno annessionista. La principale novità appare sul piano economico, ma non garantisce un accesso privilegiato e esclusivo agli Usa e, si legge nel testo del protocollo pubblicato sul sito della Casa Bianca, si dispone «che agli Stati o agli investitori di uno Stato che non sia membro della NATO, partner della NATO o Stato membro dell’UE non sarà consentito di avere controllo, influenza significativa o accesso a informazioni non pubbliche che possano costituire una minaccia alla sicurezza nazionale» dei contraenti. La Groenlandia, che nel quadro della corona danese gode di un ampio autogoverno su ciò che non riguarda sicurezza e diplomazia, preserva la sovranità sulle sue risorse e sul suo futuro possibile sviluppo, assecondando con l’accordo la visione «Nulla che ci riguardi senza di noi» insita nel documento strategico dell’autorità governativa groenlandese per il periodo 2024-2033. Lo stesso, peraltro, rivendicava il ruolo strategico della Groenlandia per la NATO e il valore dei rapporti con gli Usa, il Regno Unito, l’Islanda e con altri attori protagonisti dell’Alleanza Atlantica. Al contempo rifiutava la prospettiva di una “corsa alle armi” nell’Artico. Nulla, dunque, che lasciasse presagire un possibile avvicinamento a rivali degli Usa come Cina o Russia.

La Danimarca ottiene, sistematicamente, un consolidamento del suo progetto di ampliamento della sicurezza sull’Artico, questa volta in sinergia e non in deterrenza verso l’alleato americano e in coordinamento con il progetto dell’Alleanza Atlantica che, ha scritto Time, nel 2026 «ha rafforzato la sua presenza nell’Artico con il lancio, a febbraio, della missione Arctic Sentry, che riunisce esercitazioni militari, attività di sorveglianza e presenza nella regione sotto un unico comando». La crisi aveva rischiato di allontanare gli Usa dalla NATO attraverso lo strappo da uno storico alleato. Ha finito, però, probabilmente, per consolidare la posizione della piccola Danimarca e della sua proiezione verso l’Artico, rafforzando il commitment alla NATO del suo membro fondamentale e più riluttante. Dell’annessione agli Usa non si parlerà probabilmente più per un po’. Difficile non definire le dichiarazioni a riguardo l’ennesimo esempio di uscita di Trump ben distante dagli esiti strategici delle sue mosse.

OI #65 – Gli articoli

  1. Trump, la Groenlandia, la Danimarca: tutto concluso?
  2. L’ascesa di Afd, il “MAGA” europeo e il futuro dell’UE
  3. Canada-UE, una partnership crescente ma da chiarire
  4. Brasile, Lula contro Bolsonaro e l’America Latina in bilico

Fonti