Pedro Sanchez accusa i partner europei di aver lasciato sola la Spagna dopo lo shock di Ceuta, segnato il 30 luglio dall’ingresso di oltre 70mila migranti nella città enclave iberica in Marocco da poco più di 80mila abitanti, e tende una mano al Regno nordafricano, fugando ogni possibile crisi dopo diverse voci rincorse su possibili inefficienze e complicità di settori del sistema di Rabat sulla crisi. Parimenti, però, Madrid rafforza le sue leggi sul diritto d’asilo avvicinandosi alle prescrizioni più rigorose del nuovo patto UE in vigore da giugno mentre nel frattempo dall’Europa sono arrivate, soprattutto ad agosto, critiche alle politiche migratorie di Madrid e sul loro potenziale impatto sulla gestione dell’immigrazione a livello comunitario. C’è un tutti contro tutti europeo sulla gestione dei confini esterni in cui ognuno ha la sua responsabilità e ognuno porta acqua al proprio mulino. Il dato di fatto è che l’Europa, in cui proliferano i controlli alle frontiere rafforzati e addirittura è tornata la chiusura di Schengen tra Italia e Spagna dopo Ceuta, è divisa su come affrontare la pressione ai suoi confini. E il dialogo appare difficile.
Ulf Kristersson, premier svedese di centro-destra, dopo Ceuta ha criticato, parlando al Financial Times, una politica del governo Sanchez che in primavera ha concesso a un milione di migranti non regolamentati un’amnistia che ha permesso loro di ottenere un permesso di residenza di un anno e l’occasione di lavorare nel Paese. Kristersson ha ribadito la linea dura svedese già espressa a valle del caso-Ceuta, facendo intendere che le scelte di Sanchez potevano contribuire a una ripetizione di quanto successo nel 2015, con l’ingresso massiccio di rifugiati in Europa.
Va detto che Ceuta è fuori dallo spazio Schengen e che un arrivo nell’enclave non apre a uno sbarco sul continente, ma anche che la politica di regolarizzazione spagnola prevedeva inizialmente 500mila persone come stima e ne ha viste applicare il doppio. D’altronde, la Spagna è dietro ampiamente la media europea sul fronte dell’accettazione delle richieste d’asilo che, secondo InfoMigrants, vede lo Stato iberico ultimo in Europa per percentuale. EuNews sostiene che Madrid abbia un movente economico non secondario nel gestire un’agenda aperturista. La testata cita le previsioni dell’Oficina Nacional de Prospectiva y Estrategia del governo secondo cui “”una riduzione annua del 30% dei flussi migratori ridurrebbe il PIL spagnolo del 5% entro un decennio, del 14% entro il 2055 e del 22% entro il 2075,” e che già oggi “i migranti contribuiscono per una percentuale compresa tra il 15% e il 25% all’aumento annuo del reddito medio”.
Lo scenario è complesso e in tal senso si rende articolata l’intera ridefinizione della strategia europea, fatta di decrescente solidarietà inter-comunitaria nella gestione dei flussi, mentre il tema delle frontiere esterne resta oggetto di dibattito. E probabilmente oggi si cerca più di difendere modelli ideali che di guardare alla concretezza, in un dibattito che ormai va ben oltre il caso di Ceuta. Per restare con paragoni a precedenti italiani, Madrid ha accelerato, in precedenza rispetto ai fatti di Ceuta, su una regolarizzazione che cade in un contesto generale ben diverso a quella promossa da Silvio Berlusconi nel 2003. Allora la stessa consentì l’emersione di circa 600mila irregolari tramite i datori di lavoro, e fu accolta senza polemiche dure in Europa dalla Commissione ma suscitò dibattito tra i partner nazionali di Roma, e c’è da segnalare che quella di Sanchez arriva in un’Europa ben più timorosa dei problemi alle frontiere rispetto ad allora. Allo stesso tempo, l’Europa ha mostrato una solidarietà ben meno calda a Madrid per il problema di Ceuta di quella che, sempre nel 2013, ricevette l’Italia dopo i tragici fatti dei naufragi di Lampedusa che costarono la vita a centinaia di migranti. Tutti hanno le loro dosi di responsabilità. E su questo dossier si disunisce un po’ anche un’Europa che tanti vorrebbero più coesa e salda.
Osservatorio Internazionale #64 – Gli articoli
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