La Repubblica Democratica del Congo è un Paese strategico e fragile e, oggi più che mai, fa parlare di sé per due scenari. Da un lato, il perdurante conflitto nel Nord Kivu, dove le milizie ribelli come gli M23 sostenuti dal Ruanda si confrontano con il governo centrale di Kinshasa e altri gruppi. Dall’altro, il tema strategico della corsa alle risorse minerarie del gigante centroafricano, ex colonia belga spesso ritrovatasi nella sua esistenza a essere sempre centrale per le sue risorse, ma a risultare parimenti attenzionata da attori esterni. Il Congo è un Paese ricco nel suo sottosuolo, domina l’offerta di cobalto, è centrale per i mercati del rame e del coltan (tre asset critici per digitalizzazione e transizione green) e molti attori hanno puntato a ottenere vantaggi sistemici dalle sue miniere.
Una recente ricerca nota il peso dominante della Cina in questo ambito: “Attualmente, nella Repubblica Democratica del Congo sono presenti circa 30 progetti di investimento minerario di rame e cobalto con una significativa partecipazione cinese, che contribuiscono a oltre il 53% dell’offerta di cobalto e al 76% dell’offerta di rame”, scrive un paper della rivista accademica “The Extractives Industries and Society”. La Repubblica Popolare, con scaltrezza, sta da tempo operando come player attivo nell’investimento in Africa e come potenza strategica di riferimento in molti mercati, così da combinare capacità estrattiva, potenzialità di raffinazione e industrializzazione per essere la nazione-punta in tali filiere.
Chi non vuole restare indietro è Washington che, nel 2025, ha ospitato i leader di Ruanda e Congo per trovare una quadra alle tensioni bilaterali e capire come pacificare un conflitto articolato e complesso. Donald Trump ha ottenuto da Felix Tshisekedi, presidente del Congo, l’approvazione di un accordo minerario per aprire a consorzi americani la possibilità di investire per gli approvvigionamenti strategici nell’ex colonia belga. Gli Usa e gli Emirati Arabi Uniti concederanno 100 milioni di dollari al Congo, ai sensi di un accordo firmato ad aprile, per formare dei corpi di guardia per le miniere e, in particolare, sul tema del rame, asset strategico per ogni tipo di investimento tech e industriale di frontiera, si stanno già ottenendo dei risultati sistemici. Business Insider Africa ci ricorda che, se nel 2024 l’import americano di Rame dal Congo era pari a 32mila tonnellate, nel solo luglio 2026 ha superato le 53mila, coprendo un quarto degli acquisti Usa all’estero.
E l’Europa? Ha un memorandum col Congo (e lo Zambia) fin dal 2023 per la questione mineraria e progetti europei come Global Gateway guardano alla regione. Ma, come ha fatto notare l’Istituto Affari Internazionali, “sebbene le argomentazioni politiche ed economiche per una cooperazione UE-Africa più profonda e positiva siano presenti, i risultati concreti devono ancora materializzarsi. L’UE e le aziende europee hanno faticato a tenere il passo con altri attori, in particolare gli Stati Uniti, il Golfo e la Cina, anche a causa di una minore accettazione dei rischi” e anche in questo teatro la partita è complessa. Sullo sfondo si affacciano nuovi attori, come Israele: Tshisekedi ha di recente incontrato Benjamin Netanyahu a Gerusalemme, e non è da escludere che la rinnovata sintonia politica con lo Stato Ebraico possa aprire a una cooperazione economica che, per un Paese dalla grande capacità innovativa e tecnologica come Israele, potrebbe passare anche per un’attenzione crescente per gli approvvigionamenti strategici di un Paese al centro dell’Africa.
Il Congo non deve però essere visto solo come un oggetto delle dinamiche internazionali e, a suo modo, prova a difendere il valore strategico del suo sottosuolo come un asset vitale. Notevole quanto ha rivelato l’8 settembre la Reuters in un approfondimento dove si spiega che “la Repubblica Democratica del Congo prevede di rafforzare il controllo sui dati geologici che guidano investimenti miliardari nell’esplorazione mineraria, estendendo potenzialmente l’influenza statale sullo sviluppo di future scoperte minerarie”. Uno scenario economico, tecnologico, scientifico e politico al tempo stesso che mostra come guardare all’Africa in futuro imporrà sempre di più di tenere conto di una crescente consapevolezza dei Paesi del continente circa il valore dato dalle loro ricchezze per il sistema globale. Anche uno Stato fragile e fratturato al suo interno come il Congo non vuole perdere questa occasione e, in tal senso, mira a sviluppare su più fronti le sue relazioni internazionali in campo economico. Il Congo si inserisce su un solco tracciato da altri attori, come il Botswana, che sui diamanti lavora per riaffermare una maggiore capacità di gestione del suo patrimonio minerario di fronte ai mercati internazionali. Un dato che vale anche per diversi Stati africani le cui prerogative andranno ascoltate nel definire le rotte delle filiere di domani.
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